Rapita e messa all'asta sul web: 300mila dollari per la modella

Arrestato un 30enne polacco, si spacciava per fotografo La ragazza narcotizzata, ammanettata e chiusa in valigia

Il virtuale è più di una convergenza parallela. Ma un distopico ossimoro. Il rapimento è vero, violenze reali, riscatti cyber, con una moneta che non esiste, virtuale ma spendibile, nata sul web: il «bitcoin», valore deciso da un «grande fratello» invisibile. Si va dai quasi 3mila euro in su, il borsino cambia di minuto in minuto, chi gioca al trading ci lucra o perde.

Dove comincia la fantasia? Come si trasformano i reati? L'Anonima sarda è pensionata, nel terzo millennio un sequestro di persona si organizza su internet. Appuntamenti telematici, foto, chat, tutto così lontano, apparentemente sfumato, eppure vicino. Concreto. Fino all'incontro. Fatale. Una trappola mascherata da appuntamento di lavoro.

Così una giovane modella inglese ha preso l'aereo da Londra a Milano per finire prigioniera. E poi essere messa all'asta, schiava sessuale, nel «deep web», torbida subgalassia della Rete. In dollari l'affare valeva 300mila.

È il 10 luglio quando la ventenne, approda in pullman dall'aeroporto alla stazione centrale di Milano. Dovrebbe girare un servizio fotografico, uno spot pubblicitario, così le ha detto il cliente che già in aprile l'aveva contattata invitandola a Parigi. Il primo adescamento, il contatto, forse allora qualcosa andò storto. Herba Lukasz Pawel, polacco trentenne residente ufficialmente a Birmingham, nel capoluogo lombardo, invece, aveva completato la sua ragnatela quasi perfetta.

L'ignara preda arriva, viene accompagnata in una sorta di finto set cinematografico, appositamente affittato dal rapitore con l'appoggio di almeno un complice. Siamo in via Bianconi, numero 7, zona Ripamonti. Qui l'ha drogata e addormentata, poi l'ha spogliata e ammanettata mani e piedi. Le ha messo un cerotto sulla bocca, l'ha piegata fino a farla entrare in un borsone da viaggio, e infilata nel bagagliaio di una Volvo station wagon blu, comprata qualche giorno prima in Polonia. Quindi il viaggio, durato quasi tre ore - in un luglio tra i più afosi che si ricordino - fino a Lemie, un pugno di baite sulle montagne del Piemonte, al confine con la Francia. Nemmeno 200 abitanti, in provincia di Torino. Nessuno si è accorto di nulla. Il contatto è con l'agente della ragazza, a lui il sequestratore chiede il riscatto. Pawel si presenta come «appartente al gruppo Black Death (Morte Nera)», sorta di setta che si presume attiva sul deep web, su cui esiste un rapporto Europol ma la cui esistenza non è certa», spiega il sostituto procuratore della Direzione distrettuale antimafia Paolo Storari che ha indagato con gli uomini della squadra Mobile milanese e lo Sco di Roma. «Un soggetto pericoloso che presenta aspetti di mitomania e sosteneva di essere disposto a occuparsi di soluzioni finali come killer professionista».

La trattativa comincia, ma gli investigatori sono informati. Sei giorni di messaggi, e-mail più o meno criptate, fino a quando il polacco capisce che difficilmente otterrà il denaro. virtuale o meno. A questo punto si finge pentito, decide di liberare la modella perché lei ha «un figlio» piccolo. «Va contro le nostre regole, fare male a una mamma».

Paranoico, bugiardo, millantatore ma infido alla fine gioca l'ultima carata: sostiene di essere un carceriere pentito chiedendo all'ostaggio di cercare qualcuno che possa pagare per lei almeno 50 mila sterline («altrimenti torneremo a prenderti...»). Gioca un nuovo ruolo: la porta in giro per Milano, le offre un gelato prima di accompagnarla al consolato britannico. Ma lì ha trovato la polizia ad aspettarlo.