A Raqqa tra i volontari occidentali in prima linea

Inglesi, americani e pure quattro italiani. Schierati con le truppe che combattono il Califfo

Fausto Biloslavo

Raqqa A Raqqa combattono contro le bandiere nere volontari occidentali, compresi 4 italiani, che muoiono in battaglia. E cristiani in armi, che vogliono vendicarsi delle vessazioni subite dallo Stato islamico. Nell'assedio della storica capitale del Califfo, non ci sono solo i curdi siriani.

Bruce, barbetta rossiccia, occhi azzurri e mitra in pugno ha sull'uniforme mimetica la stella rossa del Ypg, le Unità curde di protezione popolare che hanno preso d'assalto Raqqa con l'appoggio Usa. Qualche passo più indietro avanza guardingo fra le macerie della prima linea un altro volontario occidentale. Mefisto calato sul volto per non farsi riconoscere è un inglese, che si presenta come Rony. «Faccio parte di un movimento antifascista nel Regno Unito e sono venuto a combattere a Raqqa perché lo Stato islamico rappresenta una minaccia per l'umanità» spiega il volontario ben armato passando sotto il minareto di una moschea scalfito dai colpi. I curdi nel Nord della Siria, fino dalla feroce battaglia contro le bandiere nere nella città martire di Kobane, hanno attirato fra i 1.000 e 2mila volontari stranieri. Molti sono «internazionalisti» legati all'anarchia e agli ideali socialisti del Ypg, ma non mancano ex militari americani ed europei, che vogliono combattere contro lo Stato islamico dopo gli attentati a casa nostra. Tutti devono passare un mese di addestramento e preparazione ideologica, all'«accademia», base di partenza della brigata internazionale. Alla fine a ogni volontario viene chiesto come se fosse un giuramento: «Sei pronto a combattere?». E la risposta è: «Sì sono pronto a farlo contro l'organizzazione fascista dello Stato islamico».

Dall'inizio di luglio due americani e un britannico sono stati uccisi a Raqqa. L'ultimo, il 6 luglio, è Robert Grodt, attivista anti capitalista di Occupy Wall Street. Il giorno prima erano finiti in un'imboscata mortale il suo connazionale Nicholas Warden e il britannico Luke Rutter. Warden ha lasciato un video testamento che spiega la decisione di arruolarsi dopo gli attentati ispirati dalle bandiere nere ad Orlando, San Bernadino, Nizza e Parigi.

A Raqqa combattono anche 4 italiani compreso Karim Franceschi, veterano di Kobane, che ha scritto un libro sulle sue avventure intitolato Il combattente. Uno è stato ferito a un braccio da un proiettile di kalashnikov, ma non demorde. «Non andiamo in giro per farci ammazzare, ma una delle realtà in posti come questi è che puoi morire» ammette senza battere ciglio Bruce, originario di Saint Louis, all'ultimo piano di un palazzo in costruzione, che segna il fronte nella parte occidentale di Raqqa. Ottocento metri più in là si vedono bene i piloni delle luci dello stadio, dove i seguaci del Califfo organizzavano le decapitazioni pubbliche.

«Tutti assieme siamo invincibili fino alla vittoria» è lo slogan della «Forze militari siriane», una milizia cristiana schierata al fianco dei curdi. Ragazzini ventenni, che ci accompagnano in prima linea su un fuoristrada scoperto sparando in aria. «Abbiamo sofferto tanto quando i terroristi dell'Isis bruciavano le nostre chiese, ci obbligavano alla conversione e rapivano in massa i cristiani, come 12 miei familiari. Sei sono stati uccisi» racconta Abud, comandante sbarbatello, che dopo tre anni di guerra è già un veterano. I suoi 30 uomini lo chiamano «il cristiano» e tengono una postazione vicino a piazza Almizar. Al polso ha un braccialetto di stoffa con un piccolo crocefisso. «A Raqqa c'erano anche delle chiese distrutte o trasformate in deposti di munizioni - spiega il comandante ragazzino - Alcune famiglie cristiane sono rimaste in città e sono state costrette a convertirsi con la forza. Vogliamo liberarle come tutta la città».

Il manipolo cristiano sfida ogni giorno il fuoco nemico per dare il cambio al fronte. Il fuoristrada con il cassone aperto che utilizzano per gli spostamenti sfreccia fra strade desolate e distrutte. A un incrocio i miliziani fanno segno con la mano di stare giù e gridano: «Cecchino, cecchino». Sul tetto della casa trasformata in postazione da prima linea hanno ricavato una specie di bunker con una feritoia dove un omaccione piazza la mitragliatrice pesante con il lungo nastro di proiettili pronto all'utilizzo. Sulle pareti oltre agli slogan è disegnato un teschio perché questi ragazzi cristiani vanno ogni giorno a braccetto con la morte. Uno di loro si tira su la manica della mimetica e mostra orgoglioso la croce tatuata sul braccio.

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