Le realtà che hanno sconfitto la crisi sono quelle che si sono slegate dal modello tradizionale: si quotano in Borsa e fatturano all'estero

Le coop le stanno tentando tutte per uscire dalla crisi. Finora la ricetta più efficace è la più paradossale: una coop di nome ma non di fatto. Il futuro delle coop è abbandonare il «modello coop». Uno schema che non regge più. Chi l'ha capito ha imboccato una strada lontanissima dalla struttura classica e un po' romantica del gruppo di persone che metteva assieme tempo, soldi, capacità operative e si sorreggeva a vicenda. Quel tempo è finito e quel modello appartiene al passato.

Nella valle di lacrime del settore costruzioni, una coop si è salvata alla grande, continua ad aumentare il fatturato, acquisisce nuovi lavori, viene pagata con puntualità. Insomma funziona anche nella crisi. È la Cmc di Ravenna, prima coop europea per dimensioni, nella «top five» del settore in Italia dietro Astaldi e Salini-Impregilo. I ricavi superano il miliardo di euro. Qual è il suo segreto? Semplice: ha abbandonato la tradizionale matrice delle coop rosse emiliano-romagnole.

Queste erano vincolate al territorio, davano lavoro alla gente del posto, avevano un raggio d'azione limitato per non intralciare le altre coop perché la forza era nella rete, erano legate al Pci. Cmc ormai opera come allo specchio. Il fatturato è per il 60 per cento all'estero. La maggior parte dei suoi 8.500 dipendenti è straniera. Si muove e ragiona come una multinazionale, altro che «la coop sei tu», uno slogan che indicava vicinanza, coinvolgimento, identificazione. I soci sono appena 450 e sulle loro spalle grava il peso di questo colosso mondiale dell'impiantistica, degli scavi speciali, dell'alta velocità. Non sembra tuttavia che abbia tagliato il cordone ombelicale con la politica: per esempio, dalle inchieste su Expo risulterebbe una consulenza a Primo Greganti, il «compagno G» di Tangentopoli.

Altre coop hanno provato a battere strade lontane mille miglia dallo spirito cooperativistico. Senza risalire ai tempi delle scorribande di Giovanni Consorte, più di recente Coop Adriatica e Unicoop Toscana, i due colossi della grande distribuzione, hanno quotato in borsa la società Igd che detiene il loro patrimonio immobiliare. Proprio in Igd ha investito nei mesi scorsi il finanziere George Soros che ne ha rilevato il 5 per cento (circa 20 milioni di euro) attraverso il fondo Quantum Strategic Partners: dopo le coop lo speculatore è diventato il terzo azionista.

Altra società coop quotata è Servizi Italia, controllata da Coopservice. Proprio il collocamento in borsa aveva fruttato ai 300 soci un tesoretto di 36 milioni di euro che fu depositato in Lussemburgo, paradiso esentasse, tramite una società fiduciaria costituita appositamente. La Guardia di finanza ha segnalato l'operazione alla procura di Reggio Emilia ma il pm ha chiuso il caso archiviando tutto. Tutto regolare anche se non c'entra nulla con le finalità sociali di una coop.

La spregiudicatezza di qualche coop di consumo è arrivata al punto di tenere aperti i supermercati nei giorni festivi per reggere la concorrenza di altri marchi. Le accuse di crumiraggio e comportamento antisindacale si sono sprecate. Ma qui sono contenuti tutti gli interrogativi sul «modello coop»: sono imprese che devono guardare al mercato o no? Che fare di una tradizione mutualistica che per molte realtà risale agli inizi del Novecento? Come tutelare lavoro e socialità mentre la concorrenza si fa spietata? Il tramonto delle coop è nella risposta a questi interrogativi.

E poi c'è il legame con la politica, quella ferrea triangolazione tra il partito e le amministrazioni locali che ha fatto la fortuna delle coop. La crisi che le pervade è anche nel venir meno di quella cinghia di trasmissione, quando bastava che un comune modificasse la destinazione d'uso di un terreno da agricolo a commerciale, ed eventualmente poi in residenziale. Quante villette costruite dalle coop rosse emiliane al posto delle stalle, cattedrali laiche in un deserto che si espande sempre più.