Reclutava in cella: un arresto. Ma sono 400 i jihadisti liberi

Colpito dal mandato un tunisino detenuto a Rebibbia. Ci sono sospetti sui legami con Amri, il killer di Berlino

Non sappiamo se fosse legato direttamente a Anis Amri, il lupo solitario dell'Isis intercettato e ucciso a Sesto San Giovanni dopo la strage di Berlino. Di certo l'intensificazione delle indagini sui «contatti italiani» di Amri ha spinto la Digos di Roma a chiedere un ulteriore mandato d'arresto a carico di Saber Hmidi, un tunisino legato al gruppo jihadista di Ansar Sharia detenuto nel carcere romano di Rebibbia con l'accusa di tentato omicidio, ricettazione e altri reati comuni.

Il caso Hmidi è sintomatico della crescente minaccia rappresentata da detenuti ed ex-detenuti radicalizzati durante la permanenza nelle prigioni. Una minaccia di dimensioni quasi doppie rispetto ai dati presentati da Paolo Gentiloni nella conferenza del 6 gennaio in cui il premier si è concentrato sui 375 detenuti radicalizzati nelle carceri. Quel dato, secondo quanto accertato da Il Giornale, va raddoppiato aggiungendo i circa 400 detenuti rilasciati per decorrenza dei termini, ma identificati come i «figli» di quel processo di estremizzazione che vede normali detenuti di fede musulmana trasformarsi in convinti jihadisti. Un processo facilitato dalla presenza nelle carceri di almeno 200 «sedicenti» imam che, stando al monitoraggio delle attività durante l'ora d'aria e nelle celle, lavorano per spingere alla fede e alla preghiera i musulmani non praticanti. Fatta eccezione per qualche manciata di egiziani e pakistani e qualche singolo caso di pseudo-imam provenienti da Burundi, Albania, Irak e Costa d'Avorio la maggior parte di questi detenuti trasformatisi in sedicenti predicatori, arriva da Algeria, Marocco e Tunisia.

E dalla Tunisia arriva, non a caso, anche Saber Hmidi, un personaggio descritto dagli inquirenti come un caso da manuale nell'ambito dei processi di radicalizzazione in carcere. Arrivato in Italia nel 2008 e sposatosi con un'italiana convertita alla fede musulmana da cui ha anche una figlia, Hmidi non è inizialmente molto diverso da tanti altri immigrati dediti a piccole attività criminali. Il suo destino cambia radicalmente dopo l'arresto per droga nel 2011. Non appena uscito dal carcere di Velletri Hmidi si trasforma in un accanito seguace di Ansar Sharia, l'organizzazione jihadista fusasi con le cellule libiche dello Stato Islamico, ma fondata in Tunisia nel 2011 da un gruppo di militanti alqaedisti rilasciati dopo la cosiddetta «primavera araba». La nuova natura, violenta e pericolosa di Hmidi, si manifesta con tutta evidenza nel novembre 2014 quando a Morena, alla periferia di Roma, esce dall'auto con una pistola in pugno e tenta di aprire il fuoco contro la pattuglia di poliziotti che l'ha fermato per un normale controllo. L'arresto e la perquisizione della sua casa dove viene ritrovata, oltre a vari oggetti rubati, anche una bandiera di Ansar Sharia rendono evidente la sua progressiva transizione dalla delinquenza alla violenza islamista. Una natura che Hmidi manifesta con orgoglio è determinazione intimorendo i compagni di cella che si rifiutano di seguirlo nella preghiera, attaccando la guardie carcerarie e minacciando di decapitare, dopo un trasferimento nel carcere di Napoli, alcuni nigeriani cristiani poco disposti a convertirsi all'Islam.

Quest'insieme di episodi gli costano sei trasferimenti in carceri diverse durante i quali non smette di tentar di reclutare «adepti da inviare, alla loro scarcerazione, nei teatri di combattimento per il compimento di atti terroristici». Proprio questa frequentazione di carceri diverse e gli incontri del tunisino con altri detenuti molto vicini ad Anis Amri, durante la sua reclusione in Italia, sarebbero alla base del nuovo mandato di arresto spiccato a carico di Hmidi.