Regeni, l'ultima beffa egiziana: «Indagini chiuse»

La procura del Cairo dice stop alle investigazioni. Ma Roma insiste: «Dateci i tabulati»

Matteo Basile

«Le nostre indagini si fermano qui». L'ultimo schiaffo, l'ennesimo, arrivato dall'Egitto sull'uccisione di Giulio Regeni. L'annuncio arriva direttamente dal procuratore generale egiziano Nabil Sadeq, secondo quanto riferisce il quotidiano egiziano Almasry al Youm. «Continueremo il nostro lavoro investigativo solo qualora emergessero nuovi elementi utili alla procura», avrebbe detto Sadeq. Dichiarazioni che arrivano dopo la nemmeno troppo velata accusa secondo cui l'intera vicenda sarebbe stata «utilizzata per scopi politici dall'Italia». Un'ulteriore beffa che allontana ancora la verità per la morte del ricercatore friulano.

D'altra parte lo scenario sembra ormai chiaro. Le implicazioni delle forze di polizia egiziane sono evidenti. Almeno tanto quanto la volontà del Paese di nascondere sotto la sabbia una versione che confermerebbe di fatto la quasi militarizzazione dell'Egitto. Squadre e squadracce legate alle forze dell'ordine che pattugliano strade, piazze e bar. Spiano, controllano, osservano, pedinano. E quando lo ritengono opportuno sequestrano, torturano e uccidono. È successo a Giulio Regeni, succede, secondo le denunce delle opposizioni e degli egiziani d'Italia, a migliaia di giovani egiziani quasi con cadenza quotidiana. E proprio il caso Regeni ha portato sotto gli occhi di tutti una realtà finora ignorata o sottovalutata dall'opinione pubblica.

Eppure i nostri inquirenti non si arrendono, forti del sostegno del governo e di tutto il mondo politico. Oggi il ministro degli Esteri Paolo Gentiloni incontrerà l'ambasciatore Maurizio Massari, richiamato dal Cairo dopo il fallimento del vertice romano in cui gli investigatori egiziani hanno presentato un dossier farlocco e chiaramente lacunoso. Al vaglio anche la possibilità di inserire l'Egitto in una black list del turismo con tutto quello che ciò significherebbe dal punto di vista diplomatico ma anche e soprattutto economico. Solo lo scorso anno sono stati quasi 400mila i turisti del Belpaese in Egitto e sono enormi gli interessi che il nostro Paese ha in Nord Africa, dove operano oltre 130 aziende. Ma gli inquirenti romani vogliono avere tutta la documentazione relativa al traffico telefonico e alle immagini delle telecamere di sicurezza e quindi, nonostante il secco «no» già arrivato dal Cairo, invieranno entro la fine di questa settimana la nuova rogatoria ai magistrati egiziani.

Intanto mentre sembra crescere l'opposizione interna al regime di Al Sisi, si muove anche la diplomazia non ufficiale. Ieri l'imprenditore miliardario Naguib Sawiris, fondatore del partito anti governativo «dei Liberi egiziani» era a Roma per incontrare il presidente della Commissione Esteri della Camera Fabrizio Cicchitto. Sul tavolo il caso Regeni, ma anche la volontà di sottolineare quanto stretti siano i rapporti tra i due Paesi dal punto di vista imprenditoriale. E quanto la richiesta di giustizia per Giulio stia diventando sempre più un caso internazionale.