Renzi in affanno ora sfida chi voleva rottamare

De Mita dopo Zagrebelsky: confronti con personaggi del passato per far valere le ragioni del Sì

Anna Maria Greco

Roma La giornata di Matteo Renzi si apre con i detenuti del carcere di Padova, prosegue con ricercatori e studenti dell'università, si chiude con il faccia a faccia con Ciriaco De Mita sul referendum, moderato su La7 da Mentana.

La campagna per il Sì, che ha subito solo una battuta d'arresto causa terremoto, riprende alla grande. Perché l'imperativo è riguadagnare quei punti di popolarità perduti dal premier e dal governo, in vista del voto del 4 dicembre. Si fa conquistando il consenso dei carcerati, anche con la promessa di una rapida approvazione del provvedimento che riguarda l'ordinamento penitenziario e potrebbe rendere le visite dei familiari meno difficili; si fa garantendo 500 milioni in più per la ricerca agli universitari e si fa misurandosi sulla riforma costituzionale con un grande vecchio della sinistra Dc, come De Mita.

Al grande rottamatore fa gioco avere come antagonisti personaggi del passato, con i capelli bianchi o senza capelli. Proprio quelli contro i quali ha costruito la sua fama di riformatore e che ora quasi insegue nei faccia a faccia tv. Incarnano l'Italia che dice di voler demolire con la riforma, li definisce «quei politici che vivono nel culto di se stessi e non accettano di andare ai giardinetti». Per questo, dopo il «saggio» dei costituzionalisti di sinistra Gustavo Zagrebelsky, va bene un De Mita emblema della Balena Bianca. Pare che sarebbe piaciuto a Renzi anche un match con l'acerrimo nemico Massimo D'Alema, «rottamato» d'eccellenza, ma questo gusto gli è stato negato.

Le ragioni del No, però, si contestano anche meglio sul campo. Con il «gesto inedito per un premier» di entrare in un carcere, ricorda Renzi su Twitter, con un pensiero a Marco Pannella. Qualche mese fa è stato all'istituto napoletano per minori di Nisida, ora in un penitenziario vero, mentre sindacati e associazioni plaudono all'iniziativa. Al Due Palazzi visita i laboratori gestiti dalla cooperativa già conosciuta a Firenze, i cui dolci e torroni, dice, dovrebbero finire a Palazzo Chigi per i ricevimenti ufficiali; loda il panettone dei detenuti-pasticceri, dicendo che a Natale lo mangia anche lui, incoraggia tutti, stringe almeno 150 mani, regala un autografo per il figlio al carcerato nordafricano. Poi ci sono i poliziotti penitenziari, cui dimostrare attenzione, all'indomani della fuga da Rebibbia che riaccende i riflettori sulla carenza di organico.

All'università Renzi dice che «se c'è un luogo al mondo per far crescere i cervelli e scommettere su innovazione e futuro quello è l'Italia». Esorta i docenti a riscoprirsi «classe dirigente del Paese», come i politici. Precisa che non vuol fare «il Pierino o il Giamburrasca» quando chiede all'Ue il rispetto dei principi. Un professore presenta una ricercatrice che studia frizioni e rotture, dicendo: «Sarebbe una buona consulente per il Pd». Il premier raccoglie la battuta: «Se ce la fa, le danno il Nobel».

Parla anche di musica il premier, sulla rivista Rolling Stone, da Elio e le storie Tese a Fedez. Si definisce «ragazzo semplice, di periferia, un boy scout, l'anti rockstar per eccellenza». In prima pagina, infatti, scelgono un altro titolo: «The young Pop».