Renzi a Milano si gioca tutto ma i renziani ora si dividono

Il partito non ha un nome convincente. Incombe il premier: «Se decide di presentare il dito di Cattelan, noi lo facciamo»

«Se Renzi decide di candidare il dito di Cattelan, il nostro candidato sarà il dito di Cattelan». Sarà irriverente e paradossale, ma l'immagine usata da un dirigente milanese del Pd spiega meglio di mille analisi qual è la situazione del Pd, e dell'intero centrosinistra, nel momento in cui si apre ufficialmente la partita delle Comunali, con il gran rifiuto del sindaco, Giuliano Pisapia e si mette in moto la macchina infernale delle candidature.

Certo, Pisapia non era amatissimo dentro il primo partito della coalizione, ma un suo bis in fondo avrebbe tolto le castagne dal fuoco al Pd, che ora si trova alle prese con tre problemi: dare le carte - quindi gestire la partita direttamente - marcare un rinnovamento forte, tenere insieme tutti. Tre esigenze non facili da conciliare.

Se tutti (o quasi) sono renziani, poi, nessuno (o quasi) è renziano. Perciò si accavallano, ambizioni, soluzioni, ricette, linee diverse. In uno scenario che dà l'impressione del caos. Alla fine la cosa più probabile è che Matteo Renzi si svegli un mattino e dica: «Va bene, ragazzi, fine della ricreazione». E così sarà scelto - se non proprio «il dito di Cattelan» - il nome del «cavallo» su cui puntare, magari passando dalle primarie, magari inventandosi qualcosa. Tirando fuori dal cilindro un nome nuovo, non strettamente organico al partito. Indipendente, esponente società civile, di «area Pd». Insomma, un nuovo Pisapia, più «moderno», più centrista. Ecco come vengono fuori nomi come quello del manager Andrea Guerra, ed ecco perché tornano sempre figure come quella di Giuseppe Sala, commissario di Expo - in realtà impegnatissimo per un anno con l'esposizione e il dopo. Ma questo «cavaliere bianco» potrebbe avere chiamarsi Umberto Riccardo Rinaldo Maria Ambrosoli, l'avvocato che ha perso - è vero - alle Regionali contro Roberto Maroni, ma prendendo più voti a Milano. Potrebbe non dispiacere né a Pisapia né a Renzi. D'altra parte i renziani milanesi sono alle prese con un problema apparentemente irrisolvibile: un nome forte non c'è. Si parla di Lele Fiano, si azzarda Pierfrancesco Maran, si ipotizza Ivan Scalfarotto, si esclude ora la candidatura di Lia Quartapelle. Tutti nomi non certo nomi folgoranti. Carenti chi di esperienza, chi di empatia, chi di spessore nazionale. Al massimo buoni giocatori, insomma, ma il fuoriclasse in campo non c'è. E poi già si preparano gli outsider, come Roberto Caputo, che ha già annunciato l'intenzione di correre. E, anche se i tempi sono cambiati dal 2011, è chiaro che presentarsi alle primarie con due-tre candidati sarebbe come andare allo sbaraglio, lasciando alle fine via libera a una candidatura come quella di Pierfrancesco Majorino, assessore uscente (ed erede dichiarato della stagione arancione di Pisapia) che avrebbe il difetto di essere l'emblema di una sinistra (quella dell'era Pds) che l'elettorato milanese ha già sonoramente bocciato.

I vertici milanesi del partito ora tendono a escludere contrapposizioni con Roma, ma cercano anche di marcare una loro autonomia, confidando nel fatto che finora Renzi si è tenuto piuttosto alla larga da grane del genere. Però Milano non è una città come le altre. E infatti nel fine settimana, fra un seminario dedicato agli amministratori locali e una convention di corrente in Regione, approderanno a Milano il vicesegretario Lorenzo Guerini e la ministra Boschi.

Commenti
Ritratto di Agrippina

Agrippina

Mer, 25/03/2015 - 10:54

e da quando l'elezione del sindaco di milano decide le sorti di un governo?no giusto per capire...Renzi su scala nazionale ha preso il 40% qualche mese fa,il pd amministra tutte le piu' grandi citta' e quasi tutte le regioni....e renzi dipenderebbe da milano?ma mi faccia il piacere e pensi piuttosto alla scomparsa di FI ed alla crisi del cdx