Renzi molla ma a metà: i dirigenti temono la «corrente Matteo»

L'ex leader ha ancora un forte potere di veto Il nodo dell'elezione dei capigruppo in Aula

Opposizione, opposizione: dalla Direzione Pd orfana di Matteo Renzi esce - per il momento - la linea dettata dal medesimo Renzi. Che ieri mattina l'aveva ribadita tramite intervista al Corriere della Sera: «Non esiste governo guidato dai Cinque Stelle che possa avere il via libera del Pd». Spiegando che i grillini «sono un'esperienza politica radicalmente diversa da noi», e che «abbiamo detto che non avremmo mai fatto un governo con gli estremisti, e per noi sono estremisti sia i Cinque Stelle che la Lega».

Se nel Pd si sono tutti allineati non è per amore del leader sconfitto e dimissionario né - in alcuni casi - per convinzione profonda o rigetto delle confuse parole d'ordine del populismo caciarone dei pentastellati: è anche per quella che un esponente renziano chiama «semplice matematica». Lo stesso Renzi fa notare, nell'intervista, che l'ipotesi di un governo Di Maio con l'appoggio esterno del Pd è complicata perché «i numeri non ci sono o sarebbero risicatissimi». Servirebbero i gruppi Pd al completo, compatti come una falange macedone e senza defezioni, per tenere in vita - sia pur precaria - una simile creatura politica. Ma molti eletti, soprattutto tra chi fa capo a Renzi, dicono già esplicitamente che non voterebbero quel governo «neanche se il presidente Mattarella in persona me lo chiedesse per favore», come dice una di loro. È questa matematica che dà forza al «no» renziano, e obbliga anche i possibilisti ad allinearsi: l'ex segretario non ha più i numeri governare il partito, ma può contare su una forza di interdizione che può rendere assai difficile spostare il Pd su altre linee.

Anche per questo le sue esternazioni di ieri, proprio alla vigilia della Direzione cui ha deciso di non partecipare (prima l'intervista, poi una e-news nella quale promette di «continuare a lottare») hanno innervosito non poco lo stato maggiore Pd che tenta di rimettere insieme i cocci dopo la batosta elettorale. Se ne è fatto portavoce il ministro Andrea Orlando, capo della minoranza interna: «Non possiamo fare a meno di Renzi. Ma non possiamo neppure permettere che qualcuno si allontani e spari da fuori su tutti», ha detto nella riunione a porte chiuse di ieri pomeriggio. In quel «tutti» Orlando include anche dirigenti di primo piano assai vicini a Renzi, da Dario Franceschini e Marco Minniti (criticati per non essere stati eletti nel loro collegio) fino allo stesso premier Paolo Gentiloni: non è sfuggito il passaggio al veleno in cui l'ex segretario rimproverava «alcuni nostri candidati che non hanno neanche proposto il voto sul simbolo Pd, ma solo sulla loro persona», e che molti hanno letto come un riferimento alla lettera agli elettori del premier, che non conteneva riferimenti al simbolo da barrare. Il timore è che Renzi piloti le sue truppe, nelle prossime settimane, come un partito nel partito. E che magari, insinua qualche suo avversario interno, tenti lui di intavolare una partita con il centrodestra berlusconiano per indebolire Salvini e lavorare ad un «governo di scopo» che coinvolga tutti ed eviti un rapido ritorno alle urne.

Nel partito, intanto, acquisite le dimissioni del leader, resta tutto aperto: ad aprile sarà l'assemblea nazionale a decidere se il nuovo segretario va eletto in quella sede o in un futuro congresso da tenersi a fine anno. Nel frattempo si spera di stemperare le tensioni interne, e di venire a capo dei primi assetti, a cominciare dai capigruppo: senza accordi forti su nomi condivisi, saranno votazioni complicate visto che si tengono a scrutinio segreto.