Renzi ora è sotto assedio Lo molla pure Mister Tagli

Il commissario Cottarelli affonda il premier sulla politica economica E il presidente della Corte costituzionale critica la fretta sulle riforme

Sotto assedio. Si muovono le armate anti rottamatore. In un giorno solo, due sonori schiaffi a Matteo Renzi. Uno viene dal commissario per la spending review , Carlo Cottarelli, che avverte il premier: «Se si usano i risparmi per finanziare nuove spese, non si potranno mai abbassare le tasse sul lavoro. E questo è essenziale per la ripresa dell'occupazione». L'altro arriva dal presidente appena eletto della Corte costituzionale, Giuseppe Tesauro, che critica la fretta del capo del governo di portare a casa nuovo Senato e nuova legge elettorale. «Ci sono riforme - avverte - che hanno bisogno di sedimentazione: andare troppo veloci, per alcune cose va bene, per altre è meglio una maggiore riflessione, purché non sia strumentale per impedire il cammino verso un migliore assetto del sistema».

Ma la vera bomba sembra l'attacco a Renzi di Cottarelli, rimasto stranamente in silenzio per troppo tempo e ora uscito allo scoperto dopo forti sollecitazioni anche dalla stampa. Il commissario, sul suo blog , fa riferimento anche alle coperture per i pensionamenti nella scuola del decreto per la pubblica amministrazione e lancia l'allarme. Critica la «nuova pratica»: la «revisione della spesa come strumento per finanziare... nuove spese». E dà anche una cifra: «Il totale delle risorse spese prima di essere risparmiate ammonta a 1,6 miliardi per il 2015». Insomma, Matteo fa il gioco delle tre carte e Cottarelli quel gioco lo vuole smascherare. In serata fonti del Tesoro fanno sapere che «i tentativi di fare apparire le parole di Cottarelli come una polemica nei confronti del governo anziché nei confronti di alcune prassi parlamentari sono strumentali». «L'intervento di Cottarelli - si sostiene - è stato utile per ribadire le posizioni» di Mef e governo sul ruolo della spending.

Anche le critiche di Tesauro dal vertice della Consulta non sono da poco. L' «operaio del diritto», come si definisce lui stesso, ha davanti solo tre mesi, perché il suo mandato scade a novembre. Ma vuole farsi sentire subito, ammonendo a fare sì le riforme, ma bene e nei tempi necessari. Le sue sono frasi pesanti, che probabilmente non avrebbe pronunciato l'altro candidato in lizza, Francesco Criscuolo, appoggiato dall'ala più vicina a sinistra e Quirinale, a incominciare da Sabino Cassese e Sergio Mattarella. Con tre anni di mandato davanti, probabilmente tornerà in corsa in autunno, quando l'altro in pole position dovrebbe essere il neo vicepresidente Paolo Maria Napolitano, indicato dal parlamento su proposta del centrodestra e in carica fino a luglio. Tesauro dice di non sentirsi un presidente «dimezzato», ma che l'elezione sia stata contrastata lo dimostra il minimo scarto registrato: 7 voti su 13, perché mancano all'appello i due giudici che il Parlamento in quasi due mesi non è riuscito a sostituire a Gaetano Silvestri e Luigi Mazzella (come gli 8 laici del Csm, prorogato da luglio fino a settembre nella vecchia formazione). E qui, altra bastonata a politici e maggioranza. «Il Parlamento - dice - farebbe bene a fare al più presto queste nomine: queste attese, che si verificano tradizionalmente, non fanno bene né al nostro Paese né alla Corte, che non è un organo secondario e ha bisogno di operare nella sua pienezza».

Napoletano, classe 1942, nominato da Giorgio Napolitano nel 2005, ex presidente dell'Antitrust, tra i massimi esperti di Diritto comunitario, Tesauro insiste sulle riforme. «La nostra Costituzione - dice - è bellissima, ma come tutto è perfettibile. Non avrei esitazioni sulla prima parte, ma la seconda si può perfezionare. È importante che il nostro Paese, come all'alba tragica del Dopoguerra, trovi maggiori sinergie tra forze diverse».

Quanto alla sua presidenza, precisa che non è certo la più breve: più della metà dei suoi predecessori ha avuto davanti meno di un anno. Né comporta vantaggi economici: solo dopo un anno la pensione del presidente diventa maggiore di quella di un giudice normale. È chiaro, comunque, che quello di Tesauro sarà un mandato-ponte. E a novembre alla Consulta voteranno il successore 4 nuovi giudici: due eletti dal Parlamento e due nominati dal Colle, in sostituzione dello stesso presidente e di Cassese.