Renzi (a parole) taglia l'Imu per nascondere i guai del Pd

All'assemblea di Milano non parla dei casi che scuotono il partito, ma bluffa di nuovo sulle imposte. L'attacco alle magliette di Salvini

Rho - La «tribù dei musi lunghi» dice Renzi. Un partito che cade a pezzi logorato dalla fronda interna. Le intercettazioni con le parole del premier-segretario Matteo Renzi così poco istituzionali su Letta e quei rapporti troppo amichevoli con la Guardia di Finanza, la Liguria persa, i sindaci rossi Giuliano Pisapia e Ignazio Marino che a Milano e Roma sono pronti ad alzare bandiera bianca e a riconsegnarle al centrodestra. E poi il governatore siciliano Rosario Crocetta in lacrime dopo la pubblicazione della sconveniente conversazione nella quale di Lucia Borsellino si dice che «va fermata, fatta fuori come il padre». Il vero «film dell'orrore» non è l'appoggio di deputati verdiniani al cammino delle riforme, ma il baratro in cui precipita il Pd insieme ai suoi sondaggi. E così mago Renzino ha pensato bene di impugnare la bacchetta e tentare il gioco di prestigio. «Se faremo le riforme nel 2016 elimineremo noi, perché gli altri hanno fatto la finta, la tassa sulla prima casa, l'Imu agricola e sugli imbullonati». Boom! Ma questa la si era già sentita, hanno pensato i delegati dell'assemblea nazionale del Pd convocata ieri nell'auditorium dell'Expo. Perché quella tassa iniqua era stata eliminata dal governo Berlusconi nel primo Consiglio dei ministri nel 2008 insieme a quella di successione. Ma reintrodotta dal governo dei professori di Mario Monti. E allora per ampliare la supercazzola, mago Renzino ne tira fuori un'altra dalla bacchetta. «Nel 2017 ci sarà un intervento Ires e Irap e nel 2018 interventi su scaglioni Irpef e su pensioni». Il tutto «senza aumentare il debito».

Magia in un Paese dove in 18 mesi sono aumentate le tasse, il debito e la disoccupazione. Puntando, guardacaso, a quel 2018 nel quale Renzi è convinto si andrà a votare.

L'assemblea del Pd? «In fondo a destra», ridacchiava la mattina uno dei volontari in maglietta gialla (perché quelle rosse sono state rottamate dal Rottamatore) indicando la strada a delegati e giornalisti. Una battuta profetica, perché è ormai completa la mutazione genetica di un Renzi ormai berlusconizzato e difficile da definire non solo di sinistra, ma anche di centrosinistra. Solo che Berlusconi la tassa sulla casa la tolse davvero, Renzi per ora l'ha solo promesso. Certo nel Pd la paura di un tracollo dopo le sberle prese in Liguria e in tanti Comuni dev'essere tanta, perché nessuno di quelli che di solito Renzi liquida come «gufi» gli ha contestato l'idea. Magari ricordandogli come la sinistra sia più portata alle patrimoniali e la destra alle defiscalizzazione per i proprietari. E, infatti, Renzi si tradisce. Perché, dice dal palco, il messaggio da mandare agli italiani è che «il Pd non è più il partito delle tasse». Per ora lo è. Basta chiederlo ai milanesi reduci da quattro anni di cura Pisapia-Pd.

Via le tasse senza aumentare il debito, promette lui. E nessuno, come si sarebbe fatto con Berlusconi, che l'accusi di populismo. Di barattare promesse con voti. Perfino un avversario solitamente lucido come Gianni Cuperlo, s'inerpica in ragionamenti di geopolitica, lodando piuttosto l'accordo con l'Iran sul nucleare.

Da notare come nelle due ore di quel che probabilmente è stato il suo intervento più berlusconiano, Renzi si sia sforzato di non nominare mai Berlusconi. Preferendo l'attacco alle magliette di Matteo Salvini e innescando così il ritorno mediatico che tanto bene fa al leader della Lega. L'avversario che Renzi vuole investire come candidato premier del centrodestra. Evidentemente considerandolo meno pericoloso.