Renzi rientra dall'America e perde i numeri al Senato

Il Ncd minaccia di non votare le riforme se non cambia l'Italicum e D'Alema prepara la scissione. Ma il premier ostenta sicurezza

«I numeri al Senato? Il ritornello è sempre lo stesso: non ci sono. Poi finisce sempre che ci sono: per l'Italicum, per il Jobs act, per la scuola... Finirà così anche stavolta». Matteo Renzi lo ripete come un mantra, ma è un mantra di cui è certo. Tanto che anche i più pessimisti tra i suoi iniziano a pensare che, alla fine, avrà ragione lui e la riforma del Senato passerà, perché nessuno - tanto meno i peones del Senato - vuol correre il rischio di un avvitamento senza uscita della legislatura.

Certo, a registrare le dichiarazioni dei vari protagonisti quei numeri sembrerebbero ben lontani: a parte la solita guerriglia della minoranza Pd, ieri un ultimatum pesante è arrivato dall'interno della maggioranza, con l'Ncd Gaetano Quagliariello che ha messo sul tavolo la richiesta di modifica della legge elettorale: «O il governo accetta di rimettere mano all'Italicum o ci saranno conseguenze per le riforme perché nessuno riuscirà a convincere i dissidenti di Ncd». Nel governo e nel Pd sono convinti che nel partitino in via di implosione di Alfano i dirigenti «alzano la voce per provare a tenere i loro», e che la richiesta sia di facciata perché «anche se cambiassimo l'Italicum spostando il premio dalla lista alla coalizione, cosa che non esiste, loro il 3% non lo farebbero lo stesso. Alla fine per i peones Ncd meglio tenersi il seggio fino al 2018». La replica del vicesegretario Pd Guerini è secca: «Non capisco Quagliariello: i piani sono distinti. Sul Senato troveremo un accordo, ma l'Italicum non si tocca».

Anche perché il premier sa bene che c'è qualcun altro che spera ardentemente in una modifica della legge elettorale che tagli le gambe al partito a vocazione maggioritaria, levando il premio alla lista: «D'Alema sta lavorando alacremente per la scissione del Pd: ormai lo dice pure», ragiona il premier con i suoi. Duettando con Gianni Cuperlo alla festa dell'Unità, l'ex leader Ds ha infatti detto che se un pezzo di Pd «pensa di costruire altrove una sinistra, io darò una mano». Senza modifica dell'Italicum, però, spazi a sinistra del Pd ce ne son pochi: «Per fare la scissione, a D'Alema serve un'altra legge elettorale: se la può scordare», taglia corto Renzi.

Il quale sa bene che un altro pezzo della minoranza, Bersani in testa, non pensa certo alla scissione e sta cercando una via d'uscita dal vicolo cieco del niet ad una riforma destinata a passare. Lo snodo sta nelle mani del presidente del Senato Grasso: il Pd - anche col ballon d'essai lanciato dal senatore renziano Tonini, che ha aperto ad una «modifica chirurgica» dell'articolo 2 ma solo a patto che «ci stiano tutti», opposizioni comprese - vuol mostrare tutta la propria disponibilità al compromesso, a patto di non toccare i cardini della riforma. Aperture alla minoranza Pd sull'elettività dei senatori, aperture a Lega e Fi sulle competenze del Senato: se poi saranno loro a dire no ad un accordo ragionevole, toccherà a loro «spiegare agli italiani che dopo 30 anni di discussione e 18 mesi di lavoro ci sono forze che vogliono bloccare le riforme», dice a Sky Maria Elena Boschi. Il governo dunque andrà per la sua strada «senza alcun rinvio, perché se ora rimandiamo la riforma non si farà mai più, e noi perdiamo credibilità anche in Europa», assicura il premier. Con la ragionevole certezza che, anche grazie alla moral suasion di Mattarella, Grasso non si assumerà la responsabilità di far saltare tutto.