Renzi, riforme in stand by «Manovra da 27 miliardi»

Visti i numeri incerti al Senato, il premier accantona le modifiche della Costituzione per concentrarsi sulla legge di Stabilità. E promette: dopo due mandati vado a casa

La partita della riforma del Senato è in stand by, senza passi avanti nelle trattative. E Matteo Renzi, dicono i suoi, ha la testa su altro: al centro dei suoi pensieri ora c'è la preparazione della legge di Stabilità, di cui ieri ha messo a punto le linee in una lunga riunione col ministro Padoan e che è stata anche al centro del pranzo di lavoro post-ferie al Quirinale. A sera il premier fa capolino in tv, nel salotto di Lilli Gruber, e annuncia una manovra finanziaria «da circa 27 miliardi di euro». Non ci sarà «nessuno sforamento», promette: «useremo le clausole di flessibilità Ue, ma non interamente come fece la Germania nel 2003».

Poi annuncia: «Vi dò una notizia: dal 2016 il debito pubblico scenderà». Del resto già a luglio si registrano 4 miliardi e mezzo di calo, secondo Bankitalia. Nel prossimo Consiglio dei ministri, con l'aggiornamento del Def, «la previsione di crescita del Pil passerà dallo 0,7 allo 0,9».

Renzi si concentra sui dati incoraggianti dell'economia, anche per sottolineare che il suo governo, mentre i «gufi» si agitano sulla riforma del Senato, porta a casa risultati concreti. Quanto al suo governo, promette che non resterà a Palazzo Chigi più di due mandati: «Io farò al massimo due legislature. Se mi rieleggeranno, sarà l'ultima, poi andrò a casa».

Intanto a Palazzo Madama i conteggi e i pallottolieri vengono diligentemente aggiornati. Ma per ora servono a poco: l'unica variabile su cui si deciderà il destino della riforma del Senato sta nelle mani del presidente Pietro Grasso. Quando infatti (e per ora una scadenza precisa non c'è) il ddl Boschi uscirà dalla commissione e approderà in aula, toccherà a lui dire se il famigerato articolo 2 verrà rimesso in discussione e sottoposto alla roulette russa del voto su migliaia di emendamenti o se invece resterà blindato.

Nel primo caso, per il governo si aprirà una fase delicatissima e Matteo Renzi dovrà decidere se andare alla conta in aula sapendo che tutti i suoi nemici, interni ed esterni, sono pronti a fare blocco su un qualunque emendamento per vederlo inciampare, oppure scegliere la strada del rinvio: mettere da parte la riforma e concentrarsi su quello che al momento gli sta più a cuore, ossia l'economia.

I dati promettono bene, e il premier non ha alcuna voglia di vedere saltare per aria il governo e di precipitare verso un voto anticipato proprio mentre l'Italia sembra invertire la rotta sulla crescita. Non vuole neppure rinviare la riforma, e dunque spera che - grazie anche alla moral suasion di un Mattarella che «vuole la riforma e la vuole in tempi rapidi», assicurano i suoi dopo il colloquio al Colle - Grasso si mostri ragionevole e non tenti di dare un colpo forse esiziale al governo. La nuova riunione Pd di ieri non ha fatto fare passi avanti, la minoranza si incaponisce sull'articolo 2 e il renziano Luca Lotti sbarra la strada: «Non si riapre, i numeri ci saranno». E dà l'altolà anche sull'Italicum: «È un capitolo chiuso».