Renzi riunisce i suoi all'Expo ma il Pd è ridotto a colabrodo

Mafia Capitale, intercettazioni su Letta, riforme bloccate Domani il segretario convoca l'assemblea tra i padiglioni milanesi: ad andare in scena però sono solo le sue grane

Sullo sfondo di Expo, nella canicola di pieno luglio, l'assemblea nazionale del Pd che si apre domani a Milano arriva in uno dei momenti più difficili dell'era renziana. Doveva essere un appuntamento di rilancio e di parata, in scena tra gli scenografici padiglioni dell'esposizione, voluta come location nonostante le mille polemiche che - si sapeva - la scelta avrebbe provocato. Ma ci si arriva in un panorama di bradisismi politici che sconquassano il Pd in ogni area del paese. A cominciare proprio da Milano, dove la giunta Pisapia ha perso un pezzo da novanta con le dimissioni (polemiche verso il partito, oltre che verso la stessa giunta) del vicesindaco Ada De Cesaris. Del resto proprio il tema della successione di Pisapia è una delle spine del premier, in vista della difficilissima partita delle amministrative 2016: il tentativo di convincere il sindaco uscente a correre per un altro mandato, forte proprio del successo di Expo, non pare essere stato coronato da successo. Per questo Luca Lotti aveva avuto nelle scorse settimane l'incarico di convincere Il parlamentare milanese Emanuele Fiano, renziano, a rinunciare a correre, nella speranza di ammorbidire nel frattempo il gran rifiuto di Pisapia. Fiano però ha tenuto duro, Pisapia pure. E ora rischia di aprirsi il vaso di Pandora delle primarie e delle candidature contrapposte, proprio quel che Renzi avrebbe voluto evitare. L'unica opzione che potrebbe azzerare la giostra e dare buone chance al centrosinistra è quella, caldeggiata da una parte del Pd, di far scendere in campo il commissario di Expo Franco Sala, ma per ora resta solo un'ipotesi di lavoro. Inevitabile però che il caso Milano finisca per tenere banco nell'assemblea di domani, insieme agli altri pasticci di cui non si vede la soluzione. L'ultimo in ordine di tempo è quello scoppiato ieri in Sicilia, con la pubblicazione dell'intercettazione (poi smentita dalla Procura) che coinvolge il governatore Crocetta. «Io su questa storia e sulla questione della giunta siciliana non voglio aprire bocca», faceva sapere ieri il premier, dopo aver reso nota la doverosa telefonata di solidarietà all'ex assessore Lucia Borsellino. Ma i suoi, nell'isola, sono da settimane al lavoro per far saltare il governo Crocetta e il renziano doc Davide Faraone, che ieri reclamava le immediate dimissioni del governatore, coltiva l'ambizione di candidarsi al suo posto. Operazione ad alto rischio, pensano in molti nel Pd: visti i disastri del governo regionale di centrosinistra, le chance di vittoria sono molto ridotte: «Rischiamo di regalare la Sicilia al primo grillino che passa», è l'allarme del Nazareno. Nel frattempo si cerca di mettere toppe anche a Roma, dove l'assessore ex pm Sabella dovrebbe diventare vice di Marino al posto di Luigi Nieri, nonostante il tentativo di un'ala di Sel di coinvolgere Nichi Vendola, subito stoppato dal Pd. Il caso Roma, con un sindaco traballante e in caduta libera nei sondaggi di popolarità, ma tuttora asserragliato in Campidoglio, in barba ai tentativi di scalzarlo fatti da Renzi, è l'ennesima palla al piede per il premier, che finora ha dovuto arrendersi all'impotenza di fronte alla palude della Capitale.

Se dalle periferie si sposta lo sguardo al centro, e al Parlamento, il paesaggio non migliora granché. La riforma della Carta è bloccata dalla fronda Pd, decisa a usare fino in fondo il proprio potere di veto in Senato per logorare l'odiato Renzi, mandando all'aria l'uscita dal bicameralismo. La speranza del premier di abbinare il referendum costituzionale alle amministrative, per trainare una competizione difficile, è tramontata. Persino il ddl Cirinnà sulle unioni civili aperte ai gay, che il premier vuole approvare entro l'estate per dare un segnale all'elettorato di sinistra, è in panne a Palazzo Madama, ostaggio dei ricatti di Ncd che lo blocca un po' per dimostrare la propria esistenza in vita e ottenere benemerenze ecclesiali, un po' per imporre al premier prezzi più alti in termini di poltrone governative e parlamentari nei prossimi rimpasti di governo e di commissioni.