Renzi senza voti al Senato e minacciato persino da Ncd

Le riforme arrancano: al ritorno dall'America il premier trova una maggioranza a pezzi

Ostentare sicurezza fa parte del suo stile. E dunque non stupisce che Matteo Renzi si dica certo che la maggioranza troverà i numeri per approvare le riforme istituzionali anche al Senato, con buona pace delle minacce di Ncd. Nel caso specifico, peraltro, avrà quasi certamente ragione, un po' perché in soccorso del ddl Boschi arriveranno i voti dell'Ala di Denis Verdini e di qualche senatore di buona volontà del gruppo misto, un po' perché è difficile credere che davvero Gaetano Quagliariello & Co. da una parte e la minoranza dem dall'altra siano disposti ad essere additati come i responsabili di una crisi di governo, con tutte le conseguenze del caso. A partire da un Sergio Mattarella che in queste settimane pare si stia molto spendendo per facilitare il percorso parlamentare delle riforme e che vede invece come fumo negli occhi il rischio di elezioni anticipate. Scenario, questo, che non scalda neanche il premier, che usa l'argomento solo come strumento di pressione, ma che preferirebbe di molto rimandare l'appuntamento con le urne almeno al prossimo anno, quando i dati macroeconomici potrebbero tirare la volata alla sua campagna elettorale.

Fatta questa necessaria premessa, però, non vi è alcun dubbio che per Renzi sia ormai cominciato un lento logoramento, destinato ad accompagnarlo di qui alla fine della legislatura, che sia nel 2018 o prima. Che ci siano o no i numeri sulle riforme, insomma, il governo è evidentemente in un momento di debolezza, costretto a mercanteggiare con tutti, dai leader di partito all'ultimo dei peones. Non è un caso che al Senato, a differenza della Camera, non siano ancora state rinnovate le presidenze delle commissioni. Per non scontentare nessuno e per avere argomenti (e poltrone) convincenti nelle trattative presenti e future. Stesso discorso vale per i posti di governo e sottogoverno, visto che Renzi continua a tenere libere caselle da ministro (quello degli Affari regionali) e viceministro (quello degli Esteri), oltre che diversi sottosegretariati.

Per quanto lo storytelling di Palazzo Chigi veicoli l'immagine di un premier forte e niente affatto disposto alla mediazione, l'impressione è quella di un governo in affanno, alle prese con i soliti compromessi pur di far tornare i numeri sul pallottoliere del Senato. Un governo fragile, insomma. Che farà fatica a convivere di qui al 2018 con il logoramento in atto da sinistra (la minoranza dem) e dal centro (Ncd). Lo insegnano i precedenti, ultimo quello di Silvio Berlusconi. Gianfranco Fini iniziò a minare l'esecutivo nel 2009 e da allora fu una strada in salita. Inutile ricordare come andò a finire.