Resta sott'acqua 42 minuti lo resuscitano in ospedale

Al San Raffaele di Milano lo hanno salvato con una procedura estrema. Che ora apre nuovi interrogativi sui confini della vita

All'inizio sembrava impossibile, ma adesso Michi ce l'ha fatta. Lo hanno annunciato i medici e la famiglia un mese dopo che un mese fa il 14enne era stato dato per morto per annegamento. È una storia che ha dei «caratteri di eccezionalità» secondo i responsabili del San Raffaele, la struttura dove è stato curato. Il 24 aprile scorso, una giornata particolarmente calda, lui e quattro amici decidono di buttarsi nel Naviglio Grande nei pressi di Castelletto di Cuggiono. «A riemergere però sono solo in quattro – racconta Alberto Zangrillo, a capo dell'unità di Rianimazione Cardio-Toraco-Vascolare del San Raffaele – e soltanto dopo 42 minuti viene recuperato il corpo del ragazzo». Il cuore è fermo, la sua temperatura corporea è di 29 gradi, quella dell'acqua in cui è stato immerso è di 15: tutti i parametri indicano che per il giovane è finita. «La letteratura medica dice che dopo 25 minuti sott'acqua senza respirare con temperatura dell'acqua superiore ai cinque gradi - spiega Zangrillo - non c'è possibilità di recuperare un profilo neurologico accettabile». L'equipe decide però di tentare lo stesso: quando la madre giunge all'ospedale è rassegnata ad aver perso il figlio, ma la circolazione extracorporea è già messa in atto. La Ecmo, cioè la circolazione extracorporea, sostiene il cuore e a seguire tutti gli altri organi. Con sorpresa di dottori e genitori, Michi risponde alle cure: piano piano riprende tutte le sue funzioni di base, anche se è stato necessario amputargli la gamba destra sotto il ginocchio. E torna anche in breve a parlare e a scherzare: «Giusto ieri – riporta Zangrillo – mi ha chiesto un mojito». E a giorni sarà dimesso per affinare in un'altra struttura la neuroriabilitazione: se tutto va bene, non perderà nemmeno l'anno scolastico e potrà ripartire dalla seconda liceo con gli auguri della sua squadra di calcio. Se avessimo seguito pedissequamente le procedure Michi sarebbe morto da un mese – conclude Zangrillo – indubbiamente questa storia ci insegna che dobbiamo rispettare le regole, ma negli istituti scientifici come il San Raffaele sentiamo anche il dovere di osservare e tramandare delle storie, degli esiti, che ci devono portare a considerare in modo intelligente, consapevole e razionale che probabilmente certi paramentri devono essere rivisti». La madre Lela, il nome è di fantasia: «Ho vissuto giorno per giorno l'evoluzione miracolosa di mio figlio Michi, sento che per me è doveroso ringraziare per questa esperienza che senza la professionalità di questo istituto scientifico non sarebbe mai stato possibile: la collaborazione tra il divino e la scienza è una cosa meravigliosa». Anche il padre di Michi, Stefan, che a differenza dell'ex compagna ha rivelato il suo nome, preferisce limitarsi a ringraziare le persone che lo hanno sostenuto sia nel privato che sul lavoro, oltre ai medici che hanno curato il figlio. Ma entrambi mantengono un certo riserbo. Quello del ragazzo resta un esempio molto particolare, come sottolineato dai medici: «Un lavoro del 2002 ha preso in esame sessantuno casi di persone annegate con una temperatura media dell'acqua di 17 gradi – ha spiegato Zangrillo rispondendo ai giornalisti – ora si parla di 43 sopravvissuti, dei quali 32 con una buona ripresa neurologica, o giudicati moderatamente disabili: tra questi il tempo medio di sommersione è stato di cinque minuti, mentre quelli con un esito sfavorevole hanno avuto un tempo medio di 14 minuti e i deceduti superiore ai 16 minuti: per Michi parliamo di 42 minuti a 15 gradi». Un miracolo della scienza.