La rete milanese dell'estremista fa ancora paura

Gli inquirenti sospettano che la cellula di Fezzani in Lombardia possa essere ancora attiva

Cristina Bassi

Milano Il quartiere San Siro, la moschea di viale Jenner, le aule del Tribunale. Sono le tappe della storia milanese del 47enne Moez Fezzani alias Abu Nassim, arrestato ieri in Libia. Una storia cominciata nel 1990, quando l'allora giovane con doppia cittadinanza libica e tunisina viene registrato in un dormitorio di via Corelli. Era sbarcato a Genova nel 1988. Vivrà anche a Napoli, Bolzano e in Valle d'Aosta.

Gli anni milanesi di Nassim sono quelli della radicalizzazione, del passaggio da manovale e spacciatore a reclutatore di combattenti per conto di Al Qaida. E quelli in cui annoda una rete di contatti nelle file della jihad che - sospettano gli inquirenti - è ancora attiva. Oggi che la causa si chiama Isis. È lo stesso tunisino a ricostruire il proprio percorso davanti al pm Elio Ramondini e al gip Guido Salvini nel dicembre 2009. «A Milano - raccontava Nassim - ho venduto eroina e hashish, prima di diventare un uomo pio e religioso». La conversione arriva nella moschea del dormitorio di via Corelli, poi in via Quaranta e in viale Jenner. Dove nel 1994 matura la decisione di andare a combattere in Bosnia per un anno. «Mi convinsero i sermoni dell'imam Anwar Shaaban - rievocava il tunisino -. Dopo aver verificato la mia determinazione, fece in modo che raggiungessi quei luoghi». Per i magistrati che fin dal 2007 avevano chiesto la sua estradizione agli Usa (che dal 2003 lo detenevano, e lo «torturavano» secondo il racconto del prigioniero, nella base militare di Bagram in Afghanistan), Fezzani era un elemento di spicco dell'estremismo e un reclutatore di jihadisti. Faceva parte di una «articolazione» italiana «del Gruppo salafita per la predicazione e il combattimento». Tra il 1997 e il 2001, lasciata la Lombardia per il Pakistan, «manteneva stretti e costanti rapporti con la struttura in Italia e a Milano» e organizzava «la logistica dei mujaheddin provenienti dall'Italia accogliendoli nella Casa dei fratelli tunisini per poi inviarli nei campi dove venivano addestrati all'uso di armi e alla preparazione di azioni suicide». La «casa» era un appartamento popolare di via Paravia 84, a San Siro, dove Fezzani aveva abitato. Nell'indagine milanese si sottolineava che l'Italia a fine anni Novanta era per i terroristi «Paese in cui colpire anche obiettivi interni qualora l'evoluzione politica avesse reso ciò strategicamente fruttuoso». Dopo oltre due anni di carcere preventivo Nassim sarà assolto in primo grado nel 2012, espulso dal nostro Paese e condannato in appello a sei anni per terrorismo internazionale nel 2013, quando già si trova in Siria. Lui e la sua rete restano sotto la lente dell'Antiterrorismo.