Il ricamo dietro alle sbarre: la vita di Rosa senza Olindo

La donna che raccontò come aveva sgozzato un bambino, dopo otto anni è una mansueta artigiana nel carcere di Bollate. Ogni 7 giorni vede il marito

«Niente fotografie, per favore, me ne hanno già fatte abbastanza...». La donna è piccolina, capelli grigi, un desiderio di bellezza. Civettuola, mentre si sottrae allo scatto. È strano vedere questa femminilità sfuggente sopravvivere dietro le mura di un penitenziario, anche se Bollate è uno di quei rari luoghi del nostro Paese non inseguito dagli anatemi di Amnesty International: è un carcere modello. Incontro questa signora in mezzo ad altre detenute che la trattano con aria confidenziale. La chiamano Rosa. Io sono a Bollate per le nuove macchine da cucire regalate per ridare un lavoro a donne che hanno commesso crimini a volte terribili. Ha una dolcezza amara conoscerle di persona nella grande sartoria, dove confezionano abiti, grembiuli e borse con il marchio di Bollate, che è anche spiritoso: si chiama «Gatti galeotti». Sembrano serene, vogliono esserlo.

Rosa ha l'aria inserita, quasi da leader. Comincia a seguirmi, forse realizza che non l'ho riconosciuta, la famosa Rosa Bazzi che si sottrae all'obiettivo, la parte femminile della coppia di assassini più efferati e affiatati della storia recente. «Ma lei chi è? Perché è venuta?». È lei a fare le domande. «Sono una giornalista, volevo visitare il carcere e le persone detenute», rispondo. Mi cerca: «Venga, le faccio vedere il laboratorio dove realizziamo i cache-col».

Cache-col, non banali sciarpe o scalda collo. Ripensi alla testimonianza di Rosa Bazzi, come aveva raccontato di aver preso per la testa e tagliato la gola del piccolo Youssef, otto anni fa. E lo scalda collo cucito da quelle mani diventa il mistero del bene e del male: riscrivere ciò che è stato e non si può cancellare, tessere lana dove hai strappato vita. Sconvolge quel confronto tra le mani assassine e le dita che oggi lavorano per cucire ciò che è caldo e avvolgente. Sciarpe. Esiste irrisione nella scelta di mostrare lo scalda collo? La speranza è che no, che la domanda sia cattiva e sbagliata.

È la lingua di Rosa che batte dove il cuore duole? Solo interrogativi. E le risposte appena desiderate. Pochi minuti nel laboratorio, tra oggetti che desiderano competere per il grande evento del 13 dicembre, il Mercatino di Natale di Bollate che è una delle giornate più importanti dell'anno, quando le detenute mettono in mostra quel che sanno fare. Anche io scelgo una sciarpetta marrone con un nastrino crema: scarna ma leziosa. «Chi l'ha fatta?», chiedo. «Rosa», mi risponde una delle donne. Rosa annuisce, mette il braccio sulla spalla della compagna sudamericana, «ma lei è molto più brava». Rosa Bazzi, con il marito Olindo Romano, è stata giudicata colpevole fino al terzo grado, in Cassazione, di una strage agghiacciante. Scorre nella memoria come un film dell'orrore. A Erba, l'11 dicembre 2006, la coppia ha ucciso a colpi di coltello e spranghe Raffaella Castagna, il figlio Youssef Marzouk, la nonna del bambino Paola Galli, e la vicina di casa Valeria Cherubini. Il marito di lei, Mario Frigerio, si è salvato perché creduto morto. Dopo la strage, hanno incendiato l'appartamento. I vicini di pianerottolo li infastidivano. È un motivo anche solo pensabile per uccidere? Ammesso che ne esistano, per uccidere. Pochi mesi fa, nell'agosto scorso, è finito il periodo di isolamento di Rosa e Olindo. Olindo è a Opera. Rosa, che si è battuta per stare nello stesso carcere, è qui a Bollate, dove le porte delle celle sono aperte tutto il giorno, fino alle otto di sera, nella speranza che le relazioni umane aiutino a imparare un nuovo modo di vivere, lontano dalle violenze e dalle simbiosi malate.

Rosa Bazzi, oltre che la sarta, fa i lavori pesanti: le pulizie del pianterreno di questo grande edificio dai corridoi lunghi e le sale spesso impegnate dai colloqui o dalle letture. Va di spazzolone, perché il carcere di Bollate non ha, non le dà una macchina. Scopa e lava, tiene puliti gli spazi comuni.

Un contrappasso inquietante, da condominio. Quando mi guarda con gli occhi che la reclusione non ha spento, quando capisco chi è questa Rosa che mi segue, non posso non pensare a tutto quel sangue, a lei che accusava il tunisino Azouz, il primo accusato della strage, di avere tentato di sedurla. È una donna che tiene ancora ad essere donna. Ogni settimana viene accompagnata a Opera per incontrare il marito Olindo. Fa impressione pensare a quel che racconta la direttrice aggiunta di Bollate, Cosima Buccoliero: «Le donne vivono il carcere molto peggio degli uomini. Gli uomini non vengono abbandonati dalle compagne. Qui la gran parte delle donne è abbandonata a se stessa. Eppure spesso le donne diventano delinquenti per iniziativa del proprio uomo. Poi, quando vengono arrestate, sono anche abbandonate».

Un destino solitario e finale che non sembra aver toccato Rosa Bazzi. Lei ha ancora il suo uomo da cui va in visita, mentre le sue compagne della tessitura sono sole. Lavorano, soffrono, inventano strade. Forse espiano la pena in profondità più dure e insondabili. «Crede nella redenzione? La vede?», chiedo alla dottoressa Buccoliero. «In senso religioco non so. Credo nel cambiamento umano: l'ho visto operare. Persone che cambiano in carcere. Se poi ritornano nel proprio ambiente, senza occupazione, non ricadere è difficile. Oggi il problema del lavoro è enorme», spiega la direttrice.

Rosa Bazzi ostenta energia da sindacalista. «Ci serve una macchina da cucire, questa è dei tempi di mia nonna» dice indicando un apparecchio di altre epoche di legno ondulato. Forse vorrebbe essere più elegante che con quel maglione grigio sui pantaloni della tuta blu. Abbigliamento dimesso, ma non sciatto. si frena, teme di apparire antipatica: «Ma non importa, qui lavoriamo con l'uncinetto la lana». Chissà se si è accorta che anch'io, digiuna di cronaca nera, intanto ho capito che lei non è solo Rosa. È quella Rosa. È Rosa Bazzi.

Commenti

pastello

Ven, 05/12/2014 - 08:48

Brutto stare in carcere da innocenti.

Ritratto di lurabo

lurabo

Ven, 05/12/2014 - 09:22

per espiare la pena di quello che ha fatto fa un a vita troppo bella

Ritratto di marco piccardi

marco piccardi

Ven, 05/12/2014 - 10:21

quando leggo questi articoli mi viene il sospetto che siano l'antipasto di una scarcerazione anticipata per buona condotta. questa maledetta dovrebbe essere richiusa in fondo al pozzo piu' profondo di una miniera di carbone del sulcis, al buio e a pane ed acqua. murata viva.

Ritratto di roberta martini

roberta martini

Ven, 05/12/2014 - 10:38

Guardate che questi due, sono innocenti, li hanno convinti e incartati a dichiararsi colpevoli, ma gli autori del delitto terribile sono altri, soltanto che era molto piu' facile irretire i due sempliciotti piuttosto che far uscire verità che avrebbero potuto infangare personaggi al di sopra di ogni sospetto.......

giovauriem

Ven, 05/12/2014 - 11:10

chi uccide bambini deve essere giustiziato/a

titina

Ven, 05/12/2014 - 11:47

E' cambiata o era come prima, cioè non ha commesso nessun reato? Questo è l'atroce dilemma.

Paul Bearer

Ven, 05/12/2014 - 12:50

Spesso mi sono chiesto come mi sarei comportato se fosse toccato a me di vivere sotto lo spacciatore Azuouz (o come si chiamava) e relativa famiglia impegnata nel volontariato e amici tunisini. E non mi so dare una risposta. Probabilmente avrei deciso sul momento e non escluso che avrei potuto fare anche di peggio. Sarebbe tutto dipeso dal livello di esasperazione.

Dordolio

Ven, 05/12/2014 - 14:42

Rammento l'intera faccenda, che seguii sui media nei limiti del possibile. La famosa "confessione" non fu altro se non ricordo male che un colloquio con uno psichiatra. Che chiese agli imputati (che odiavano i vicini): "Se li aveste uccisi voi, come avreste fatto?". E i due sprovveduti si lasciarono andare ad una ricostruzione sanguinosa che non trovò poi riscontro nei fatti accertati. I RIS dei Carabinieri, in una approfondita perquisizione della loro casa, non trovarono la minima traccia di sangue. Il tutto incompatibile con l'atroce macelleria del delitto. Di tutto questo - esattamente come da me riportato - si parlò proprio su questo giornale... Ah, come sempre, i due erano "colpevoli perfetti" purtroppo per gli inquirenti neppure riconosciuti dall'unico superstite. Ci vollero delle insistenze e in tempi diversi, verso un uomo gravemente ferito, per ottenere il risultato voluto.

Ritratto di lurabo

lurabo

Ven, 05/12/2014 - 15:42

Brava roberta martini te si che ne sai!!!!!!!!!

laconicus

Sab, 05/12/2015 - 12:17

condannati senza uno straccio di prova, e anzi persino Azouz dice che sono innocenti!