Riforma del copyright, il giorno del giudizio tra pressioni e appelli

Ai deputati 4,5 milioni di email dai lobbisti, ma i gruppi sono divisi. Incognita sui tempi

I numeri aiutano a inquadrare il fenomeno: in vista della plenaria di domani, deputati, assistenti e funzionari del Parlamento europeo hanno ricevuto 4,5 milioni di email da lobbisti e il 179% di telefonate in più rispetto alla media. Tanto è atteso il voto della direttiva sul diritto d'autore nel mercato unico digitale, la riforma sostenuta da editori e artisti e boicottata dalle grandi aziende del settore tech e dai fautori del web libero, che a luglio era stata bocciata dalla stessa aula di Bruxelles (318 «no», 278 «sì» e 31 astenuti). Difficile fare pronostici sull'esito della consultazione: da allora i rapporti di forza non sono cambiati, i gruppi restano divisi.

La direttiva torna all'attenzione degli eurodeputati con 252 nuovi emendamenti da valutare, alcuni dei quali proposti dallo stesso relatore Axel Voss, del Partito popolare europeo. Le proposte di modifica intervengono sui due articoli più dibattuti della riforma, l'11 e il 13. Il primo prevede che gli editori possano esigere il pagamento di diritti da parte degli aggregatori di notizie (come Google News) e dei social network (Facebook e Twitter) che condividono, finora gratuitamente, gli articoli prodotti dai siti di informazione (è salvo invece il «legittimo uso privato»). Il secondo stabilisce che le piattaforme (ad esempio YouTube con i video) diventino responsabili delle eventuali infrazioni di copyright causate dai contenuti caricati dagli utenti, portandole ad attrezzarsi con filtri che blocchino i contenuti illeciti.

Il tema interessa l'opinione pubblica, almeno stando al sondaggio Copyright & Us Tech Giants da cui emerge che l'89% degli italiani è favorevole alla direttiva, oltre la media europea dell'87% (ma va detto che l'indagine è stata commissionata da «Europe for creators», che riunisce circa 250 organizzazioni a sostegno della riforma). La Fieg, la Federazione italiana editori giornali, e l'Enpa, il suo omologo europeo, da mesi si sgolano sul tema, appellandosi agli europarlamentari affinché approvino la nuova normativa. «Tutelerebbe l'informazione professionale, libera e indipendente, consentendo a tutte le aziende editoriali, indipendentemente dalla loro dimensione, di ottenere la giusta remunerazione per il proprio lavoro - spiegano -. Senza l'approvazione della direttiva si avrà un generale impoverimento della qualità della produzione editoriale, la proliferazione di notizie false e di informazioni non veritiere». Contrari, invece, i colossi del web (Google e Facebook in primis), che sarebbero chiamati a pagare per i contenuti di cui vivono e che per questo hanno condotto un'intensa attività di lobbying sugli europarlamentari, tanto che alcuni hanno parlato di «violenza inaccettabile». Fanno campagna per il «no» anche i sostenitori della Rete aperta e libera, come la deputata Ue Julia Reda del Partito pirata tedesco, ormai leader dell'«opposizione», ma anche alcuni piccoli editori, spaventati dall'idea di sparire dai motori di ricerca e di perdere così i ricavi provenienti dai «clic». I gruppi parlamentari restano divisi al proprio interno. Sul fronte italiano Stefano Maullu (Forza Italia) parla di «riforma giusta e necessaria» che riguarda «un comparto che genera in Italia 92 miliardi di euro annui e che dà lavoro a 1,5 milioni di persone, il 6% degli occupati», mentre secondo il collega forzista Massimiliano Salini si tratta di «assicurare la libertà di navigare sul web e utilizzare i social network garantendo la giusta protezione del diritto d'autore contro le multinazionali che lucrano alle spalle di chi lavora». Favorevole anche il Pd, mentre contrari sono Lega e M5s, che parlano di «censura» e «attacco alla libertà d'espressione». Una spaccatura che rischia di vanificare tutto il lavoro fatto finora. Perché, anche in caso di approvazione, bisognerà poi concordare un testo comune tra Commissione, Consiglio e Parlamento Ue, testo che dovrà poi essere votato di nuovo entro la fine della legislatura, che scade a maggio 2019. Altrimenti si ricomincerà tutto da capo.