Riforma fiscale verso il rinvio. La Lega incassa un altro stop

Bagnai: nel 2019 "tassa piatta" solo per le imprese (però c'è già). Salvini lo corregge, ma per M5s non è una priorità

Sarà la fragrante inesperienza, sarà che governare è l'ovvio opposto del blaterare all'opposizione. Oppure, come si sospetta nel centrodestra, può darsi che esista un pactum sceleris tra Salvini e Di Maio per accantonare alcune promesse poco realizzabili concentrandosi su due rilanci che, per la verità, già farebbero esaltare gli italiani: far ripartire l'occupazione e mettere un po' d'ordine nella gestione degli immigrati clandestini.

Magari invece sarà solo colpa dell'ora iper-mattutina di certe trasmissioni tv nelle quali ci si esercita, con poco costrutto, su temi dei quali ancora meno se ne sa. Com'è accaduto ieri ad Alberto Bagnai, (macro)economista di area Lega, in pista per diventare pezzo da 90 al Mef di via XX settembre. Interrogato ad Agorà sul cavallo di battaglia della flat tax, Bagnai pareva arrampicarsi sugli specchi per giustificare un rinvio e arrivava a prefigurare una doppia velocità: «Mi sembra che ci sia un accordo sul fatto di far partire la flat tax sui redditi di impresa a partire dall'anno prossimo... Poi a partire dal secondo si prevede di applicarla alle famiglie». Due scivoloni sullo stesso marciapiede, tanto che da casa pd si levavano tosto gran frizzi e lazzi di scherno. «Pinocchioni! Lega e M5S già si rimangiano la flat tax per le famiglie, questo è il governo del rimando e delle chiacchiere!», irridevano dal Nazareno. Le loro promesse? «Saranno realizzate entro il 2025», sfotteva Portas; «il governo del cambiamento ha cambiato idea», incalzava (persino) la Boschi, mentre si rianimava lo spento reggente Martina: «Prendono in giro gli italiani». Maggior scherno derivava dal fatto che la cosiddetta flat tax per le imprese, ovvero l'imposta unica, esiste già da tempo e si chiama Ires. Anzi, attaccava il Pd in massa, il governo Renzi l'ha anche ridotta, introducendo pure un'omologa tassazione per le Pmi, l'Iri (sono entrambe al 24%: un ulteriore abbassamento dell'aliquota, a voler dar credito a Bagnai, comporterebbe altri 13 miliardi di buco, calcolava l'azzurro Schifani). «Dopo il rinvio della flat tax sine die, e l'avvio di quella per le imprese già adottata dal governo Renzi, Di Maio e Salvini comunicheranno l'approvazione degli 80 euro», era la spassosa sintesi del capogruppo dei senatori, l'ultrarenziano Andrea Marcucci.

Eppure il rischio di un rallentamento del progetto caro al centrodestra preoccupava anche Forza Italia, con Renato Brunetta come sempre tranchant: «Si stanno già suicidando; disattendono il loro contratto e certamente il programma del centrodestra». Il dibattito, osservava l'azzurra Mara Carfagna, «trascura una delle più dolorose emergenze, ovvero la precarietà e l'iniquo carico fiscale a danno dei giovani». La Carfagna ha depositato un pdl per innalzare a 50mila euro annui la soglia per le mini-partite Iva così da farle aderire al regime forfettario.

In attesa di capire se davvero il governo Conte abbia in animo di far slittare il provvedimento più atteso, il leghista Armando Siri cercava di mettere ordine nella bufera scatenata da Bagnai, smentendolo. Lo stesso faceva Claudio Borghi, sminuendo a «ipotesi sul tappeto». Invece Siri dettava una tempistica: «Stiamo lavorando alla riforma fiscale più importante dal Dopoguerra, dunque servono i giusti tempi. La flat tax sarà realtà per le persone fisiche, per le società di persone e per le partite Iva già a partire dal prossimo anno». E in serata, da Fiumicino, è arrivato anche il Salvini-pensiero: «La flat tax - ha avvertito - è quella scritta nel contratto. Prevede come primo intervento la pace fiscale, la chiusura delle liti tra italiani ed Equitalia che porta in cassa soldi». Il secondo intervento - ha aggiunto - è «realizzabile sulle imprese fin da subito, dall'anno prossimo si interviene sulle famiglie. Questo è il cronoprogramma».