Riforme, dietrofront di Renzi «Niente dialogo con i ribelli»

Giallo sull'apertura del premier agli oppositori sul Senato elettivo. E la fronda processa Speranza

RomaLe riforme in Italia hanno preso una strada che non può più essere fermata, anche se c'è chi vorrebbe ripartire da zero». Da Washington, dove incassa la benedizione del presidente Usa, Matteo Renzi fa solo un accenno a quello che è il tema del giorno in Italia.

Un accenno riferito al complesso delle riforme, soprattutto economiche, del suo governo; ma che può essere ben essere interpretato come un ulteriore avvertimento al suo partito e al Parlamento in complesso: sull'Italicum e le modifiche della Costituzione si andrà avanti, senza ripensamenti né mercanteggiamenti.

La seconda trionfale giornata americana del premier è stata non poco funestata dalle beghe italiane. A rovinare il risveglio (anticipato) di Renzi è stato un quotidiano «amico», la Repubblica , che ieri gli ha tirato - secondo l'entourage renziano - uno scherzo mancino, sparando in apertura un'intervista non autorizzata. Dalla quale si desumeva che il premier fosse pronto a offrire succosi mutamenti della riforma del Senato - persino con un'apertura all'elettività dei senatori - ai suoi «ribelli» in cambio di un voto blindato sull'Italicum. Peccato che, regolamenti alla mano, la riforma (già votata in prima lettura da Senato e Camera, e ora di ritorno a Palazzo Madama per il secondo round previsto per le leggi costituzionali) non possa essere «ritoccata» negli articoli che già sono passati senza modifiche al vaglio di entrambe le Camere, ma solo nei punti emendati nell'ultimo passaggio. E l'articolo 2, quello sulla composizione del Senato, non è più emendabile, a meno di non riazzerare tutto e ricominciare da capo. Inimmaginabile. Che si trattasse di forzatura da parte del premier o da parte di Repubblica , sta di fatto che ieri alle prime luci dell'alba le linee telefoniche tra Roma e Washington erano bollenti. E che di prima mattina sia Palazzo Chigi sia il capogruppo vicario Pd Ettore Rosato avevano provveduto a rettificare: «Nessuno scambio o concessione, parlare di “offerta ai ribelli” sulla carta costituzionale è fuori dalla realtà». Se mai, aggiunge Rosato, si potrà intervenire «sulla legge elettorale per quanto riguarda il Senato, che viene eletto come secondo livello cioè dai consiglieri regionali». Le reazioni della minoranza Pd sono caute e alquanto perplesse: «Aspettiamo che Renzi torni e ci faccia capire». Del resto, la minoranza Pd è occupata dai propri crescenti mal di pancia interni tra area dialogante e pasdaran. E a finire nel mirino è il capogruppo dimissionario Speranza, accusato di «deriva estremista» per il suo gesto di rottura da parte di un gruppo nutrito dei suoi, che chiede «una riunione urgente di Area riformista» per chiarirsi dopo quella «scelta politicamente sbagliata». E si fa circolare il nome di Enzo Amendola come possibile nuovo capogruppo. L'accusa a Speranza, tra le righe, è di essersi fatto trascinare sulle barricate da chi, come D'Alema, vuole la guerra al premier. E del resto è lo stesso Renzi a dirlo: «Speranza? Si è immolato, hanno preso ordini da D'Alema». Il grosso della minoranza, insomma, non vuole lo scontro con Renzi: «Proviamo a migliorare l'Italicum, ma poi sosterremo comunque le riforme: no alle derive massimaliste, non siamo bambini soldato», dice Dario Ginefra. È chiaro a tutti che l'Italicum non verrà toccato, e che i numeri di Renzi alla Camera gli consentono di tirare dritto senza tema: circa 380, abbastanza per non accorgersi neppure di una fronda che si aggira attorno ai 40 possibili astenuti. Senza contare gli apporti esterni: «Sono convinta che diversi di Forza Italia voteranno per convinzione l'Italicum», dice l'eurodeputata azzurra Lara Comi. Poi, sul Senato, si vedrà.