La rivoluzione rossa? Ora la fa il Lambrusco

Si è liberato dall'etichetta di prodotto popolano per diventare vino di lusso. Meritando un futuro... internazionale

Siamo due convertiti, Giancarlo Aneri e io. Convertiti al Lambrusco. Lui da buon veneto è cresciuto a Prosecco, il vino di cui è ambasciatore nel mondo e nel bel mondo. Io pur abitando in Emilia mi sono fatto la bocca con l'Aglianico della terra di mio padre, la Lucania. Poi il Lambrusco è cambiato. Non è semplicemente migliorato: quasi tutti i vini sono migliorati negli ultimi anni, grazie ai progressi tecnici aborriti dai produttori biodinamici le cui bottiglie infatti sanno spesso di aceto. Il Lambrusco è addirittura esploso, all'improvviso si è liberato dalla zavorra che lo tratteneva nello scaffale più basso del supermercato per diventare il più piacevole, il più versatile, il miglior vino del mondo. D'accordo, sono un convertito e come tale forse un po' troppo entusiasta. Aneri lo è appena un po' meno, per lui i vini migliori del mondo sono due, oltre al Lambrusco c'è il Prosecco, chiaro. Resta che in pieno periodo Vinitaly, la gran fiera del vino che si apre a Verona, ho una gran voglia di fare del proselitismo lambruschista. Quando perfino il Papa mostra di non credere più nel proselitismo, io, folgorato sulla via di Sorbara, non trovo pace se non convinco il prossimo della superiorità del mio vitigno prediletto. E chi meglio di un altro convertito può aiutarmi in questa missione?

Nel più bel ristorante di Reggio Emilia, davanti a un piatto di cappelletti in brodo, chiedo ad Aneri come mai un prosecchista di successo si mette a produrre e vendere Lambrusco con tanto trasporto: «Perché il Lambrusco mi piace e io sono credibile solo se vendo ciò che mi piace. Prendi la grappa: con le vinacce del Prosecco ne facciamo una buonissima ma siccome personalmente non bevo distillati va a finire che ne vendo poca. Invece il Lambrusco mi piace molto e la produzione non basta». Ma non saremo vittime di un'infatuazione non comprensibile e non condivisibile? «Non credo, prima di mettere in vendita il mio Lambrusco ho fatto un test con bottiglie anonime, senza etichetta, facendole assaggiare a clienti e amici: otto su dieci ne sono rimasti entusiasti. A quel punto ho capito che il Lambrusco di qualità ha un grande futuro internazionale». Come se fosse un Prosecco rosso? «Esattamente. Ci sono grandi affinità di consumo tra Prosecco e Lambrusco».

Mentre Aneri aggredisce il bis di cappelletti (se io sono perfino più fanatico di lui riguardo il Lambrusco, lui è perfino più fanatico di me riguardo la pasta ripiena) penso che l'unico problema dell'eccellente Lambrusco di oggi è il nome, identico a quello dello scadente Lambrusco di ieri, dolciastro e a prezzi da battaglia. Grazie a Dio il Sorbara di Aneri è assolutamente secco, come tutti i migliori Sorbara (la varietà più chiara, quasi rosa, di Lambrusco). E si fregia di un prezzo finalmente dignitoso: non a caso il Lambrusco Aneri non si trova nei discount bensì nei locali monegaschi di Flavio Briatore. Ho fatto sgocciolare il nome di un vip perché Aneri è un collezionista di vip e anche se a me i vip specie televisivi fanno un certo senso (sono un tipo da osteria e da libreria) capisco che alla nostra causa giovi più Michelle Hunziker dei miei amici poco avvenenti. Continuando a preferire estimatori professionali quali Massimo Bottura, modenese che tanto ha fatto per il vino della sua terra, e Davide Oldani che, mi racconta Aneri riemerso dai suoi cappelletti, «l'estate scorsa al Bagno Piero di Forte dei Marmi ha inventato la granita al Lambrusco».

Scrivendo su un giornale i cui lettori non credo simpatizzino con l'immigrazione, mi gioco infine la carta dell'autoctonia: prego per l'Aneri apripista del Lambrusco di lusso anche perché (lo sanno in pochi) quasi tutti i vitigni coltivati in Italia sono arrivati secoli fa o millenni fa dalla Francia o dalla Grecia, mentre il Lambrusco, che deriva dalla vite selvatica, è nato qui. É il vino più italiano che c'è.

Commenti
Ritratto di cangrande17

cangrande17

Mar, 24/03/2015 - 09:07

Sono anni che apprezzo il lambrusco e ne parlo bene anche agli scettici. Purtroppo appena ha cominciato a tornare di moda in Italia, i prezzi sono raddoppiati. Allora ho deciso di non comprarlo mai più. Possibile che in Italia ci dobbiamo sempre inc@lare a vicenda? Non tirate fuori la storia dei maggiori costi per ottenere maggore qualità, per favore. Il lambrusco di 10-15 anni fa era già mediamente ottimo e aveva il giusto prezzo. Il fatto è che se compro un lambrusco in Finlandia lo pago senzaltro meno che in Italia. Non aggiungo altro, ma bevo altro.

albertzanna

Mar, 24/03/2015 - 09:39

Mi scusi egregio Camillo, ma dalle mie parti, a Modena, che è la vera terra del Lambrusco (quindi non vedo perché celebrarlo a Reggio Emilia che ha solo copiato vigneti e vinificazione), c'è un detto: "Arrivare dopo la puzza", che detto così non suona molto elegante, ma ha una saggezza antica. Il Lambrusco come vino anche da degustazione, come prosecco rosso, esiste già, e da anni ed anni, e non certo originario di Reggio Emilia, ma della colline attorno a Castelvetro di Modena e di Levizzano Rangone dove i contadini capirono che il vitigno originario della zona di Sorbara avrebbe trovato un terreno migliore, collinare, più drenante, più fresco e ventilato, e quel Lambrusco sarebbe diventato il Grasparossa di Castelvetro, un ottimo vino che ormai sopporta bene anche più anni in bottiglia. I reggiano sono bravi venditori, ma avendo la testa quadra hanno i pensieri che si fermano negli spigoli, non vanno più in là delle promesse. Albert