Rousseff bocciata dal Parlamento E la folla festeggia

La «presidentessa rossa» messa in stato d'accusa dalla Camera Il 4 maggio scontata conferma del Senato: dovrà lasciare per 6 mesi

Dilma Rousseff alle Olimpiadi non ci sarà per un motivo molto semplice: sarà costretta a lasciare per sei mesi la presidenza del Brasile mercoledì 4 maggio, senza la garanzia di poterci mai ritornare. Quel giorno, infatti, secondo le previsioni degli analisti sentiti dal Giornale, il Senato verde-oro voterà a favore della sua messa in stato d'accusa per crimini fiscali, seguendo lo storico pronunciamento della Camera dell'altroieri, quando l'ex guerrigliera è stata clamorosamente messa sotto dal «sì» all'impeachment di 367 deputati, molti di più dei 342 necessari secondo quanto prevede la Costituzione.

Il day after alla storica votazione di domenica scorsa faceva temere scontri di piazza e violenze di ogni genere ma, in realtà, la giornata di ieri è trascorsa in una «calma olimpica» perché, nonostante i proclami lanciati alla vigilia dall'ex presidente Lula - «se faranno il golpe contro Dilma metteremo a ferro e fuoco il Paese» va ripetendo da mesi il mentore di Rousseff che diede asilo all'ex terrorista Cesare Battisti in realtà tanto il partito da lui fondato nel 1980, il Pt, quanto il suo carisma politico personale, oggi in Brasile non riescono più a portare in piazza molte persone.

Qualche via di comunicazione era stata bloccata nei giorni scorsi da poche decine di «senza tetto» e «senza terra» in quel di San Paolo ma, visto l'esito della votazione alla Camera e, soprattutto, l'ondata di arresti che ha coinvolto di recente la stretta cerchia di amici e collaboratori di Lula dal suo miglior amico José Carlos Bumlai al tesoriere del Pt, Vaccari Neto, passando per Marcelo Odebrecht, presidente dell'omonima multinazionale al centro dello scandalo Petrobras che con tangenti milionarie foraggiava le elezioni di Dilma & co. - quasi nessuno degli ormai pochi supporter della sinistra populista che da 13 anni governa il Brasile è disposto a rischiare l'arresto per difendere una presidente che a detta della Corte dei Conti del Paese del samba ha falsificato i conti dello Stato per 106 miliardi di reais, quasi una finanziaria italiana.

«Al più tardi Rousseff sarà mandata a casa il prossimo 11 di maggio, ultimo giorno a disposizione del Senato per votare la sua messa in stato d'accusa spiega lo storico Marco Antonio Villa, massimo esperto di impeachment brasiliani avendo da poco pubblicato un libro su quello sofferto dall'ex presidente Collor de Mello, nel 1992.

Perché Dilma se ne vada per 180 giorni è sufficiente il voto della maggioranza semplice del Senato, composto da 81 onorevoli. Una mera formalità visto che al momento già 47 senatori brasiliani hanno annunciato il loro voto contro Rousseff che, dunque, verrà temporaneamente sostituita da Michel Temer, il suo attuale vicepresidente.

A quel punto, entro sei mesi e con Dilma fuori dai giochi, il Senato guidato del presidente della Corte Suprema (sino al 13 settembre Ricardo Lewandowski, uomo di Lula al 100% e, dopo, la più algida e super partes Carmen Lucia), deciderà se allontanare o no dalla presidenza Rousseff. Per sempre.

Perché ciò accada saranno necessari 54 voti, più dei 47 già in mano all'opposizione che, però, sta già «lavorando ai fianchi» con promesse di futuri incarichi e prebende, la decina di indecisi.

Il progetto populista di potere del Pt di Dilma e Lula è insomma rimasto senza popolo e, soprattutto, è ormai appeso ad un filo, tutto burocratico, come spiega al Giornale Walter Fanganiello Maierovitch, presidente dell'Istituto italo-brasiliano Giovanni Falcone (di cui fu amico, avendolo aiutato a catturare a San Paolo don Masino Buscetta). «Entro i sei mesi in cui il Senato deciderà, secondo me a favore, della messa in stato d'accusa di Dilma, Lula farà di tutto per far bloccare l'impeachment con l'ausilio della Corte Suprema». Un ultimo, ma a detta di Maierovitch «inutile», tentativo per evitare di mollare il potere ed evitare, nel caso di Lula, il carcere.