Sì, ma almeno che sia tutto trasparente

La polemica tra l'azienda sanitaria pubblica della Liguria e i sindacati in merito al microchip inserito nei camici può essere letta in vari modi. Il microchip è un GPS che permette di localizzare ogni capo, ma nel momento in cui è possibile sapere dove si trova il camice, è possibile anche quando indossato sapere dove si trova il medico o l'infermiere. Chi contesta l'azienda invoca un generico diritto alla privacy e nega che l'azienda possa usare un simile meccanismo. In realtà, tutto dipende dal rapporto contrattuale. Non c'è nulla di illegittimo in un contratto che, per evitare che il lavoratore non svolga le proprie mansioni, preveda l'utilizzo di tali dispositivi. È però importante che tutto sia alla luce del sole: è necessario, insomma, che il dipendente sia informato e consenziente. L'errore dell'azienda non è consistito nell'introdurre il microchip, quale che sia il motivo della decisione. L'azienda ha tutto il diritto di evitare che i camici spariscano, verificare che i lavaggi siano fatti e anche accertarsi che i medici siano sul posto di lavoro. Ha il diritto e il dovere di farlo perché deve tutelare i pazienti e i contribuenti, costretti a finanziare la sanità pubblica. È però importante che i rapporti di lavoro siano trasparenti. E in questo caso è quindi cruciale che l'azienda giochi a carte scoperte e imposti la propria relazione con i dipendenti mettendo in evidenza tutti i diritti e i doveri, anche chiarendo quali controlli intende adottare per il buon funzionamento dei servizi. In assoluto, non esiste un diritto alla privacy, in quanto ognuno di noi per via contrattuale può permettere una verifica degli impegni sottoscritti e chi offre un'opportunità di lavoro deve poter assicurarsi che il lavoro venga svolto adeguatamente.

Il vero guaio, però, è che in Italia la dimensione contrattuale è sempre più fragile. Un dipendente della sanità non è legato da un vero contratto, dato che è inamovibile ed è quindi assai difficile, per l'Asl, impostare in termini nuovi il proprio rapporto con i dipendenti. La vicenda genovese, insomma, costringe a ripensare il lavoro a partire da qui: dall'esigenza d'impostare su base volontaria le relazioni tra impresa e lavoratori.