Sánchez ko sul Bilancio. Ecco la vendetta catalana

Reazione al processo ai leader indipendentisti appena iniziato. Bocciata la legge Finanziaria

Madrid Tutto da rifare. Il socialista Pedro Sánchez Pérez-Castejón, classe 1972, ora rischia di essere ricordato come il premier meteora della democrazia spagnola. Ieri pomeriggio, il suo esecutivo si è infranto contro l'armata catalana degli indipendentisti che gli hanno tolto l'appoggio nella votazione della Finanziaria 2019. Bilancio, così, bocciato e fine, dopo soltanto otto mesi, dell'avventura da premier del giovane Pedro che, mercoledì sera, dal suo ufficio della Moncloa, ha annunciato che soltanto venerdì svelerà la data delle elezioni anticipate.

A nulla sono valsi gli appelli dei socialisti all'unità del governo, benedetto dai buoni auspici per la crescita economica. I 191 voti favorevoli del Psoe e di Unidos Podemos non sono bastati a schiacciare i 158 contrari e ottenere il semaforo verde de Las Cortes. Ha vinto il ricatto politico del governatore catalano Quim Torra, guidato a distanza, dal fuggitivo ex presidente Carles Puigdemont da Bruxelles: referendum per l'autodeterminazione o niente voti al bilancio 2019. E così è stato. I separatisti hanno appoggiato per la prima volta i nemici unionisti del Partito Popolare (Pp) e di Ciudadanos (Cs), pur di farla pagare a Sánchez.

La sopravvivenza dell'esecutivo socialista traballava da venerdì scorso, quando gli indipendentisti di PdCat e Sinistra repubblicana (Erc), avevano interrotto i quattro giorni di trattativa col governo sulla questione catalana, andandosene e sbattendo la porta. Innervositi dall'imminente inizio del processo ai loro 12 leader secessionisti, imputati per disobbedienza e altri reati dal Tribunale Supremo, Torra e i suoi hanno respinto il sostanzioso taglio di tasse unito a un pacchetto di ulteriori autonomie che i socialisti avevano offerto sul tavolo della trattativa. Niente da fare. Independència o mort.

E dal braccio di ferro con gli ostinati separatisti, ne esce sconfitto anche Pablo Iglesias, il leader col codino da tanguero di Unidos Podemos, alleato dei socialisti. Ha portato avanti la mediazione con Barcellona fino agli ultimi istanti, prima della votazione. Ha detto di avere telefonato persino a Puigdemont a Bruxelles. Una lunga chiacchierata tra due leader, così diversi, ma Pablo non è riuscito a strappargli quel dannato appoggio al bilancio che avrebbe dato ossigeno alla maggioranza. Niente da fare. Ora Pablo assieme ai suoi ex Indignados dovrà rivalutare future alleanze con i socialisti.

Martedì, alla vigilia del voto, la situazione era già nera. María Jesus Montero, ministra delle Finanze si era rivolta così al Parlamento: «Il governo non cederà ad alcun ricatto. Forse indipendentisti e destra vivono meglio nello scontro? I separatisti sognavano che gli concedessimo l'inaccettabile in cambio di un loro sì». Successo invece, per l'altro Pablo, Casado, numero uno del Pp. Ha vinto la sfida e ora punta a riportare la destra moderata al potere, dopo il ribaltone dello scorso giugno, quando con una petizione di sfiducia presentata dai socialisti, il premier Mariano Rajoy si era dovuto dimettere. «Non faremo mai accordi con populisti e indipendentisti», ha detto Casado già in modalità da comizio elettorale. Probabilmente a fine aprile, la Spagna per la terza volta in poco più di tre anni, tenterà di ritrovare col voto una stabilità duratura, scongiurando la minaccia dell'ultra destra e dei separatisti.

Commenti

EchiroloR.

Gio, 14/02/2019 - 10:02

Roberto Pellegrino nessuno ti capisce