Saint-Denis,antica città dei Re, oggi sembra Raqqa

Eurabia nel sobborgo del blitz

In linea d'aria, Notre-Dame dista nove chilometri. Ma se percorri per qualche centinaio di metri rue de la Republique, lì dove ieri prima dell'alba si è scatenato l'inferno, arrivi alla basilica di Saint-Denis, che Pierre de Montreuil edificò nella seconda metà del 1200 e dove due secoli dopo Giovanna d'Arco andò a far consacrare le armi con cui aveva difeso Parigi. Contrasto più stridente non ci potrebbe essere: un sobborgo che per alcune ore è sembrato un quartiere di Bagdad, il bianco-giallo delle cellule fotoelettriche, il crepitare di armi da fuoco, poliziotti in assetto di guerra, una kamikaze jihadista che si fa saltare per aria, morti e feriti, e quello stesso sobborgo che è tutt'uno con la memoria nazionale di Francia, incarnato dal gotico di una chiesa, dalla sua storia infinita. «Il re è morto! Viva il re!» fu per quasi mille anni il grido che, secondo un rituale immutabile, scandiva i funerali reali, da Pipino il breve a Luigi XV, a simboleggiare la perennità della monarchia. Oggi quel grido sembra riguardare una nazione, il suo futuro come nazione A metà Ottocento, Saint-Denis aveva qualche migliaio di abitanti, la rivoluzione industriale di fine secolo fece salire il suo numero a oltre centomila, l'emigrazione di prima, seconda, terza e quarta generazione lo hanno reso oggi una realtà ibrida, dove la Francia operaia e piccolo borghese è ormai minoritaria. Ieri pomeriggio, nel guardare alla televisione le immagini successive al blitz, con rue de la Republique, la sua strada principale, riconsegnata al passeggio e al commercio, il numero di donne velate spiccava nell'umanità variopinta, eccitata e impaurita, che faceva corona intorno ai giornalisti e alle telecamere Eppure è a Saint-Denis, a qualche centinaio di metri, dunque, dal quel sanguinoso raid, che Enrico IV abdicò nel 1593; che tutte le regine di Francia, da Anna di Bretagna a Maria dei Medici, furono incoronate; che il grande Bossuet pronunciò le orazioni funebri che gli assicurarono la fama letteraria. E proprio perché luogo-simbolo, luogo-emblema, durante la guerra dei Cento anni, le guerre di religione, la Fronda contro l'assolutismo regio, la basilica fu anche luogo di distruzioni e di saccheggi, le tombe in argento di Filippo Augusto e di San Luigi trafugate nella notte Non è insomma la prima volta che la «chiesa dei re» conosce la distruzione, la morte, il terrore. Nel 1793, la collera rivoluzionaria arrivò a sommergerla. Franciade venne ribattezzata e trasformata in tempio della Ragione prima, in magazzino per il fieno dopo, in deposito d'artiglieria infine. Le sue statue furono mutilate, o fatte a pezzi, le tombe reali profanate e i corpi in esse contenute scaricati alla rinfusa nelle fosse comuni, «il popolo gettando la polvere dei re morti sul viso dei re viventi per accecarli», come scriverà Chateaubriand nelle Memorie d'oltretomba Quindici anni fa, la costruzione, a poca distanza, del nuovo Stade de France, cercò di rilanciare nel segno della grandeur sportiva un sobborgo di cui non si riusciva più a cogliere un tratto distintivo veramente francese, nonostante la municipalità avesse anni prima eretto un teatro dedicato alla memoria e al nome di Gérard Philippe, l'attor giovane per eccellenza di Francia, l'artista la cui vita era stata breve come un sospiro È proprio allo Stade de France che è cominciata quella mattanza terroristica fondamentalista di cui il blitz di ieri sembra purtroppo essere un'altra tappa e non la fine. Sempre non lontano da rue de la Republique, il museo municipale conserva manoscritti e documenti di Paul Eluard, che a Saint Denis era nato. Una delle sue poesie più famose si intitola Liberté e il suo ultimo verso dice: «Per la forza di una parola/ io ricomincio la mia vita/ Sono nato per conoscerti/ per nominarti/ Libertà».