La salma di Riina a Corleone: inglorioso anche l'ultimo atto

Cimitero blindato, dribblati cronisti e videocamere E «Facebook» si scusa per i post di cordoglio rimossi

Filippo Marra Cutrupi

Corleone (Palermo) La cupola che per anni ha terrorizzato la Sicilia e l'Italia intera si riunisce nel cimitero di Corleone. All'ombra dei pini a metà strada della vecchia statale Palermo-Agrigento ha trovato posto da ieri mattina anche Salvatore Riina, capo dei capi di Cosa nostra, morto all'ospedale maggiore di Parma venerdì scorso. Vicino a lui riposano per sempre Luciano Liggio, Michele Navarra e Bernardo Provenzano. Nel carcere emiliano Totò u curtu stava scontato ventisei ergastoli per una serie infinite di omicidi e stragi. L'ultimo viaggio è durato quasi ventiquattro ore. Martedì mattina intorno alle 9 ha lasciato Parma su un carro funebre che dopo aver attraversato mezza Italia si è imbarcato a Napoli sulla nave Vincenzo Florio della Tirrenia, attraccata a Palermo ieri mattina intorno alle 6,30 in un porto presidiato dalle forze dell'ordine. Da lì a bordo di un carro funebre grigio ha attraversato la città verso la statale inarcandosi verso la montagna di Corleone. Seguito da un auto della famiglia e delle forze dell'ordine, la salma è arrivata poco dopo le 8 nel piccolo cimitero alla periferia del paese. Dentro la cappella, fra' Giuseppe Gentile ha benedetto il feretro, dopo che la Chiesa aveva negato i funerali perché non si era mai pentito. Già. Al presidente del tribunale di Palermo una volta il Capo dei capi disse: «Non ho niente di cui pentirmi. Se avessi fatto qualcosa di cui pentirmi mi pentirei».

Corleone era quasi deserto, come se fosse notte inoltrata. Nessuno in giro. Nessun manifesto nemmeno davanti al civico 24 di via Scorsone dove Salvatore Riina aveva vissuto e da dove il viddano aveva iniziato l'ascesa a Cosa Nostra.

Alla veloce e surreale cerimonia funebre hanno preso parte la vedova di Totò Riina, Ninetta Bagarella detta «la maestrina», che ha vissuto accanto al boss durante tutta la sua latitanza durata ben 24 anni, dal 1969 al 1993 quando fu preso dagli uomini del capitano «Ultimo», dandogli 4 figli, tutti legittimamente registrati nei libri del comune di Corleone. Ieri ce n'erano tre. Lucia, la prima a lasciare il cimitero in lacrime assieme al marito, Concetta e Salvuccio, che ha ottenuto il permesso di allontanarsi dal soggiorno obbligato di Padova. Mentre il primogenito Giovanni, rinchiuso nel carcere di massima sicurezza di Novara dove sta scontando l'ergastolo, non ha ottenuto il permesso di partecipare alla tumulazione del padre.

Il piccolo cimitero, per disposizioni della questura di Palermo, rimarrà chiuso (e «blindato») anche oggi. Forse Corleone proverà a scrollarsi di dosso la nomea di paese di mafia. Lo sperano i cittadini ed i giovani che nelle terre e nei locali confiscati a Totò u curtu stanno cercando di far dimenticare un passato fatto di sangue e morte. La beffa invece arriva in serata, quando Facebook ha chiesto scusa alla famiglia Riina per aver cancellato alcuni messaggi di condoglianze postate sul social network dopo la morte del boss, ora ripubblicati. «È stato un errore». Peccato che molti messaggi inneggiassero al boss, in spregio alle strettissime regole del social network.