Salvini rischia una doppia «sconfessione»

Ventitré anni dopo, Roma torna a essere il laboratorio politico del centrodestra. Questa volta al contrario rispetto a quando, nel 1993, Silvio Berlusconi si spinse a dire che al Campidoglio avrebbe preferito Gianfranco Fini a Francesco Rutelli. Era il 23 novembre e il Cavaliere posava di fatto la prima pietra del berlusconismo. Oggi, quasi un quarto di secolo dopo, è sempre la corsa a sindaco di Roma a diventare cruciale per i destini del centrodestra. Con un processo che va però in direzione opposta, visto che la sfida in corso in queste ore non è certo quella ad aggregare le diverse anime bensì a dividerle. Se nel '93 Berlusconi tese la mano al Fini ancora segretario del Msi, oggi l'ex premier fa il contrario nei confronti di Matteo Salvini e Giorgia Meloni, che ormai rappresentano l'anima lepenista del centrodestra.

Una scelta, quella di Berlusconi, ragionata anche in chiave nazionale e facilitata nelle ultime ore dall'attacco frontale arrivato dal leader della Lega. Quando Salvini lo ha accusato di essere «sotto scacco di Renzi» e di agire come «un padre preoccupato di lasciare ai figli aziende rigogliose», per l'ex premier si è superato il punto di non ritorno. Anche perché, ha ripetuto in queste ore, «è stato proprio Salvini il primo a sfilarsi dall'accordo su Bertolaso» dando il la all'incredibile tira e molla di questi giorni.

Al di là delle ragioni personali, però, c'è un dato politico che è destinato a pesare. Se la Meloni gioca la sua partita sull'arrivare almeno terza - se oltre a piazzarsi dopo Virginia Raggi e Roberto Giachetti fosse scavalcata anche da Alfio Marchini la sconfitta sarebbe da ko - Salvini rischia un pericoloso uno-due. A Roma, infatti, si testa sì la tenuta del fronte cosiddetto lepenista, ma nello stesso tempo a Milano si misura quanto vale il centrodestra che guarda al centro. Quello, per capirsi, che appoggia Stefano Parisi e che vede in prima linea il Nuovo Centrodestra di Angelino Alfano. Se a Roma il dato non fosse positivo e a Milano Parisi dovesse vincere, per il segretario della Lega sarebbe una decisa sconfessione della sua linea populista e anti-centristra. Sarebbe invece la vittoria di Roberto Maroni - che a braccetto con Ncd governa la Lombardia - e Luca Zaia, due che con Salvini hanno siglato una tregua armata che non durerà in eterno. Per Salvini sarebbe una sconfitta politica pesante, che solo in parte potrebbe essere mitigata da una sua buona performance come capolista della Lega a Palazzo Marino.