Salvini tira la volata ai grillini «Voterei Raggi e Appendino»

Il leader del Carroccio invita i suoi ad appoggiare i candidati del M5S a Roma e Torino. Una mossa in chiave anti Renzi, nella speranza di un appoggio a Bologna

Una salita in ginocchio sui chiodi, quella del Pd nei ballottaggi. Privo di appeal, frenato da alleati sgraditi (altro che Ncd ago della bilancia, zavorra piuttosto), dalla personalizzazione renziana e mille altre delusioni, la campagna-acquisti che il Nazareno può ragionevolmente condurre si basa solo sull'offerta di strapuntini pieghevoli e poco d'altro. Al punto da far apparire tenero come un grissino l'uscente Piero Fassino, volpe con l'uva: «Non vedo la necessità di apparentamenti, perché figlio di accordi politici tra partiti e non del rapporto con gli elettori...». E ci mancherebbe pure che lo fosse, visto che già la sinistra di Airaudo ha fatto sapere di «avere qualcosa in comune con i cinquestelle». Ma nega accordi o inciuci, come fanno oggi tutti, perché non è proprio aria. Gli elettori, già nauseati dai seggi, se la darebbero a gambe levate.

Niente «biscotti», rimarcano i grillini. Niente «accordicchi», (sper)giura Giachetti a Roma. Quel che si può dare, al massimo, è un suggerimento che sembri «spassionato» (pur non essendolo), come fin dalla notte dello spoglio ha fatto il furbo leghista Salvini. «Non voterei uno come Fassino neppure sotto tortura», aveva detto. Ieri lo ha ripetuto, dando forma compiuta a un progetto politico di cui è facile scorgere i confini. «Non sono proprietario dei voti di nessuno, gli elettori sono liberi. Però consiglio di cambiare chi ha mal gestito Roma e Torino; mai votare per uno del Pd, ma mettere alla prova i Cinquestelle. Il mio voto lo darei alla Raggi e all'Appendino». Chiaro e limpido, il disegno, che non dispera di ottenere tra l'altro un ricambio di gratitudine a Bologna, dove Merola viene insidiato dalla leghista Borgonzoni e il gruzzoletto grillino è ago della bilancia. Ma, come dimostrano alcuni dei dati sui flussi elettorali, una certa omogeneità tra gli elettorati grillino e leghista esiste, soprattutto nella percezione della gente. Per cui, sia a Torino che a Bologna, dal Pd è fuggito via un 5 per cento in direzione di M5S e Lega. Dato che consente anche di verificare quanto sia difficile che chi voleva dare una lezione al Pd si fermi a metà dell'opera.

L'isolamento pidino è ormai un problema grosso, dalle parti di Renzi. Che cerca ancora un passepartout. Così Giachetti non sa che pesci pigliare, segno ne sia un appello per lui della ministro Lorenzin (Ncd ultrarenziana) e un moto di stizza di Storace: «Noi andiamo al mare, Salvini s'impicci di Parisi». Roba da correre ai seggi con rose rosse alla Raggi.

Intanto è agitato il mare della sinistra: Fassina per coerenza predica scheda bianca, ma gli si rivolta contro tutta Sel che, dopo aver tirato la carretta, non ci sta ad astenersi e denuncia lo «sfacelo» chiedendo uno «stop al masochismo di Fassina». Solo che una parte dei vendoliani romani vorrebbe tornare sotto l'ala del Pd, un'altra è pronta a votare senza contraccambio per M5S (la maggioranza degli elettori di Sel opta per questa soluzione: assemblee dovrebbero dirimere il dilemma). S'offre invece il candidato centrista Marchini, dichiarandosi «disponibile» sia per Raggi che per Giachetti. Lo stesso faranno i Radicali a Milano, con Cappato. In grandi ambasce a Napoli il Pd in via di commissariamento: Bassolino si gode la sua tremenda vendetta e aspetta che il partito dichiari chi appoggiare tra l'odiato (da Renzi) de Magistris e l'odiato (dagli elettori) Lettieri. «Sono un militante, già sono incappato nelle ire della segreteria regionale», celia don Antonio, tra i maggiori sospettati del tracollo pidino (che pure era nell'aria).