Sanità, anche le Regioni rosse si preparano alla rivolta fiscale

I presidenti di Veneto e Lombardia avvertono il premier: «Sciopero delle tasse se ci saranno altri tagli». Al coro si uniscono i governatori Pd e Renzi si ritrova nuovi nemici in casa

S ciopero fiscale contro i tagli alla sanità. L'ultimatum è firmato da Luca Zaia e Roberto Maroni, governatori leghisti di Veneto e Lombardia. Un'offensiva a cui si accompagna quella meno forte nei toni ma ugualmente dura dei presidenti delle Regioni rosse, pronti ad alzare le barricate contro il premier qualora le forbici governative dovessero abbattersi sulla salute.

Il primo a scagliare il sasso è Zaia che in un'intervista al Quotidiano nazionale lancia la sfida a Matteo Renzi: «Se ha le palle, obblighi tutti ad applicare i costi standard. La salute dei veneti viene prima. La siringa, lo stent, il pasto in ospedale devono costare ovunque la stessa cifra. Se ci saranno ulteriori tagli siamo pronti a lanciare lo sciopero». Dopo poche ore arriva il rilancio di Maroni che su Twitter scrive: «Bene Zaia, anche la Lombardia è pronta».

La reazione dei presidenti delle Regioni scatta dopo le voci relative a un possibile taglio di 10 miliardi di euro in tre anni attraverso la spending review sanitaria che dovrebbe intervenire su beni e servizi, digitalizzazione, costi standard, riforma degli ospedali e revisione dei ticket. Ipotesi parzialmente stoppata dal premier, secondo la sua classica formula «annuncio-frenata»: «Revisione della spesa non significa tagliare la sanità. Ma le Regioni prima di fare proclami inizino a spendere bene i soldi che hanno». Il problema è che c'è un patto sottoscritto da governo e Regioni che risale a meno di due mesi fa ed è davvero difficile ipotizzare un ulteriore intervento a meno che non si voglia rompere l'accordo che prevedeva il «re-investimento» dei risparmi nella sanità stessa e non si voglia cercare di sottrarli al settore per dirottarli altrove.

Se Zaia non vuole sentire ragioni, segnali di assoluta chiusura arrivano anche da altri presidenti di Regione. Compresi quelli appartenenti al partito del premier. Sergio Chiamparino, presidente del Piemonte e della Conferenza Stato-Regioni, non usa mezzi termini. «Se ci saranno tagli verrà meno il patto d'onore siglato il 5 agosto. Alzare i ticket? Non c'è barba di ticket che tenga. È chiaro però che se malauguratamente ci saranno nuovi tagli non abbiamo molta scelta: o si riducono le prestazioni o si aumenta il ticket o si prendono in considerazione altre forme di fiscalità». Il toscano Enrico Rossi si attesta su posizioni del tutto simili. «Non si deve tagliare la sanità che ha già dato molto al risanamento e che è l'unico settore in cui spendiamo nella media europea con servizi migliori» scrive su Facebook . «Se si devono trovare risorse è bene cercarle nelle pensioni sopra tremila euro, una cifra alta e più che sufficiente per vivere». Duro anche il governatore laziale Nicola Zingaretti «la minaccia di tagli non c'entra nulla con la lotta agli sprechi, sarebbe una sciagura. Forse il governo deve fare cassa per coprire buchi di bilancio. Facendo così, però, colpisce il diritto alla salute».

A sua volta il governatore campano Stefano Caldoro non prende neppure in considerazione la possibilità di un nuovo affondo. «Ma no, è impensabile. Con il governo non c'è solo un patto d'onore, ma addirittura un'intesa definita nel dettaglio, con accorpamenti, riforma delle centrali d'acquisto, standard qualitativi. Un accordo triennale molto doloroso, a condizioni già difficili da sostenere. Il fronte dei governatori è assolutamente compatto».