Sarà solo un processo all'anti-terrorismo

di La guerra al terrorismo è finita. E non perché il nemico sia stato sconfitto, ma semplicemente perché il suo principale avversario ha accettato di farsi da parte. Con la pubblicazione del rapporto che equipara alla «tortura» le cosiddette «tecniche d'interrogatorio intensificate» approvate dopo l'11 settembre Barak Obama porta alle estreme conseguenze quel processo di smantellamento dell'immagine dell'America perseguita con certosina meticolosità dopo la salita alla Casa Bianca. Quel che sopravvive alla devastante opera di Obama è un colosso privo di legittimità morale incapace d'imporre al mondo linee e scelte politiche. E tantomeno di guidare un qualsiasi intervento militare. Quest'ultimo capolavoro di autolesionismo è l'atto finale di un'operazione di delegittimazione perseguita per sei lunghi anni.

Sei anni durante i quali Obama ha progressivamente ridisegnato il profilo dell'America sostituendo la sua immagine di nazione campione dei valori liberali e occidentali con quella di un gigante avulso ed indifferente incapace non solo d'incutere timore ai propri nemici, ma anche di rassicurare i propri alleati. Il peccato originale risale a poco dopo l'elezione quando un Obama convinto di dover rinnegare in maniera totale ed evidente le scelte del suo predecessore non esita a tendere la mano a quel movimento dei Fratelli Musulmani da cui sono germinati Al Qaida prima e lo Stato Islamico poi. Non pago getta alle ortiche la vittoria conseguita in Iraq lasciando spazio alla nascita del Califfato e collaborando fattivamente alla caduta di quei regimi di Libia, Tunisia ed Egitto che per trent'anni hanno impedito l'avanzata della follia integralista in Egitto e Nord Africa. Ma la pubblicazione del rapporto sulle torture non è solo il cesello finale di questa sistematica opera di distruzione. Il sì di Obama a quest'atto di devastante autolesionismo segnala anche la debolezza di un presidente incapace di opporsi alle visioni messianiche della senatrice Dianne Feinstein e dagli altri membri democratici della commissione intelligence del Senato convinti di poter riabilitare l'America esponendone peccati e colpe. Colpe peraltro abbastanza circoscritte visto che il rapporto s'incentra sugli interrogatori di una ventina di terroristi e su soli tre casi di «waterboarding», la tecnica di soffocamento simulato utilizzata dalla Cia.

A fronte della convinzione di dover riparare agli abusi commessi peraltro anche sull'onda dell'emozione generata dall'11 settembre la Feinstein e gli autori del rapporto non sono però disposti a riconoscere che quei tre casi di "waterboarding" e quei venti casi di tortura hanno consentito agli Stati Uniti d' individuare il covo di Osama Bin Laden e mettere con le spalle al muro Al Qaida. Come non sono neppure disposti ad ascoltare le valutazioni di quanti all'interno della stessa Amministrazione ricordano come la pubblicazione del rapporto rischi di generare una nuova spirale d'odio anti americana. Inebriati dal mito della trasparenza e del "politicamente corretto" arrivano a sostenerli fino al punto di mettere a rischio la sicurezza nazionale e le vite dei loro connazionali.

Prigionieri di questa deriva masochista diventano, assieme al loro debole e ininfluente presidente il simbolo di un America democratica, arrendevole e autolesionista. Un'America quasi compiaciuta nell'attribuirsi quelle torture che la spogliano di ogni residua autorità morale e la rendono definitivamente incapace di guidare la lotta al terrorismo.