Scioperi, la lezione di Berlino: un freno ai piccoli sindacati

Il Bundestag stronca le agitazioni selvagge: troppi disagi Mini-sigle ammesse alle trattative solo se si coalizzano

Mettere al bando gli scioperi proclamati dalle sigle minori. È questo lo scopo di un disegno di legge governativo arrivato in questo ore davanti al Bundestag. Nota in Europa per l'efficienza dei suoi servizi, trasporti inclusi, la Germania prepara un giro di vite contro i piccoli sindacati che negli scorsi mesi hanno paralizzato a giorni alterni ferrovie, metropolitane e aeroporti. Uno spettacolo nuovo tanto per i tedeschi, molto organizzati ma poco abituati all'emergenza, quanto per gli osservatori europei, avvezzi da decenni alla pace sociale in salsa renana.

Il 2014, invece, è stato l'annus horribilis di viaggiatori e pendolari. Metropolitane e treni, che non si fermavano dal 2011, sono rimasti al palo per i ripetuti scioperi della Gdl, una sigla che raggruppa 35 mila macchinisti contro i 210 mila iscritti alla più grande Evg. Gli aerei non sono stati da meno con otto scioperi proclamati dagli ottomila piloti della sigla Vereinigung Cockpit. Gdl e Cockpit sono sigle autonome, indipendenti sia da DGB (sei milioni di iscritti) al quale fa capo invece il principale sindacato dei macchinisti, sia dai due milioni di tessere di «Ver.di», nel quale si riconoscono la maggior parte dei piloti tedeschi. Anche il 2015 è partito in salita: l'ultima agitazione risale a due settimane fa, quando sono rimasti a terra i velivoli di Germanwings, vettore regionale di Lufthansa.

Se i macchinisti chiedono un miglioramento dell'orario di lavoro, i piloti contestano il progressivo allungamento dell'età pensionabile. Con il suo disegno di legge, l'esecutivo non entra nel merito della trattativa. Tradizionalmente le istituzioni restano neutrali rispetto alla contrattazione collettiva fra le parti: è la Tarifautonomie che ha garantito molta crescita e pochi scioperi alla Germania del secondo Dopoguerra. Il governo di Angela Merkel e dei suoi alleati socialdemocratici non tollera però la moltiplicazione degli scioperi, causata a sua volta della proliferazione delle sigle. Fino a ieri il sistema si basava sulla forze delle sigle tedesche. Poche ma rappresentative in virtù del principio: un'azienda, un sindacato. Nel 2010, però, la Corte federale del lavoro (Bundesarbeitsgericht) ci ha messo lo zampino stabilendo che il principio era lesivo della libertà di associazione, e che due macchinisti della stessa azienda potevano iscriversi a due sindacati diversi. Il risultato è che quattro anni dopo i trasporti sono stati fermati da due sigle indipendenti, piccole ma agguerrite.

A riportare il sistema in equilibrio ci prova Andrea Nahles, socialdemocratica ministra del Lavoro. Il suo progetto stabilisce che i sindacati sono liberi di proliferare ma che allo stesso tempo devono trovare un accordo fra di loro prima di sedersi al tavolo con la controparte. Come? Secondo un semplice principio di maggioranza che garantisca la «collettività» della trattativa. Chi vince negozia con il datore di lavoro e chi perde non può indire uno sciopero senza il consenso degli altri. Le norme daranno di conseguenza facoltà al giudice di lavoro di sanzionare i «dissidenti». Proposto dalla stessa ministra Spd che ha appena alzato le pensioni dei 50-60enni, il progetto di riforma ha suscitato il plauso dell'IG Metall (2,7 milioni di iscritti), gigante sindacale della metallurgia tedesca associato alla DGB. Meno favorevoli, come è ovvio, le costole più piccole di DGB fra i quali Ver.di (servizi) e GEW (insegnanti). Netto invece il no dei social-comunisti della Linke che parlano di un attacco diretto al diritto di associazione dei lavoratori tramite la creazione di sigle di prima e di seconda classe, ossia quelle con il diritto di sciopero e quelle senza. L'opposizione ha già annunciato ricorsi e c'è da scommetterci che fra qualche mese sarà la Corte costituzionale a stabilire se la nuova è compatibile con la Legge fondamentale tedesca.

I macchinisti della Gdl che hanno messo in ginocchio i trasporti in Germania. La

Evg ne raggruppa 210mila

di Noam Benjamin

da Berlino

Gli iscritti al sindacato tedesco IG Metall, gigante della metallurgia, che ha detto sì alla riforma