Lo sciopero dei catalani blocca la Spagna intera

Puigdemont soffia sul fuoco della protesta Madrid non cede. Felipe: «Violate le regole»

Barcellona - E alla fine Sua Maestà parlò. Re Felipe VI di Spagna, ieri sera alle nove, interrompendo un imbarazzante silenzio sulla custíon catalana, prolungatosi per troppo tempo, è apparso in tv per parlare al Paese turbato dalla spinta secessionista. «Invito lo Stato a ripristinare l'ordine costituzionale in Catalogna», ha detto il figlio di Juan Carlos, accusando la Generalitat di «inammissibile slealtà». E ai catalani contrari allo strappo con Madrid: «Non preoccupatevi, non siete stati lasciati soli, avete la nostra solidarietà e la garanzia dello Stato di diritto». Un missile contro Puigdemont e la sua combriccola nazionalista.

Martedì il primo sciopero generale della Comunità, in parte disobbediente, ha messo d'accordo indipendentisti e no, almeno sul fatto di incrociare le braccia, chi per qualche ora, chi per la giornata. Uno stop quasi totale ai servizi pubblici e privati, per ribadire a Madrid, e anche all'Europa, che il processo per l'indipendenza è ormai in atto l'inevitabilità ed è inevitabile.

Era oceanica la folla che ha sfilato per le vie centrali di Barcellona, ma anche nelle altre città, dove la partecipazione ha raggiunto percentuali altissime. La Catalunya che non si piega più a Madrid ha tirato giù la saracinesca a mercati e negozi, ha chiuso gli impianti industriali, i caselli autostradali e fermato mezzi pubblici (soltanto il 30% ha circolato). Gli indipendentisti hanno organizzato una concentrazione di almeno 5mila persone davanti alla sede della Policia Nacional. Hanno urlato «Fuori le forze d'occupazione dalla Catalogna!», protestando contro gli atti di violenza subiti domenica mentre votavano o tentavano di farlo. Erano guardati a vista da una fila di minacciosi agenti antisommossa e osservati con preoccupazione da due file di Mossos d'Esquadra, la forza catalana che, per proteggerli ed evitare l'inevitabile guerriglia, il 1° ottobre ha disobbedito alla Policia Nacional, rifiutando di intervenire e usare la violenza. Un gesto che è costato al corpo catalano l'accusa di disobbedienza da parte dell'Audencia Nacional.

Intano, 5mila agenti della Guardia Civil hanno subito lo sfratto dai residence di Caiella e Pineda de Mar in cui soggiornavano da giorni: gli albergatori catalani hanno intimato alle forze di lasciare le camere. Un gesto che non è piaciuto alla Procura di Madrid che ora indaga per «discriminazione e odio».

E, consumato, in una sola domenica, lo strappo con l'esecutivo Rajoy, e subita la repressione del governo, la Generalitat si trova davanti a tre soluzioni: autoproclamarsi «Stato indipendente», come recita la legge post-referendum e come spinge nell'ombra l'ex governatore catalano Artur Mas, allontanato da una condanna da ogni incarico pubblico fino al 2021 e vera eminenza grigia dell'indipendenza. La seconda ipotesi è affidarsi a un arbitrato internazionale che faccia da mediatore con le ragioni di Stato o, in alternativa, sciogliere il Parlament e andare al voto, con la speranza dei partiti nazionalisti, ora al governo, di formare un esecutivo con una maggioranza assoluta. Ipotesi che sia Puigdemont sia Junqueras aborrono.

A Madrid, Rajoy non ha ritenuto necessario riunire in emergenza il Parlamento, preferendo controllare la tenuta della sua maggioranza dopo i fatti catalani e posticipando la cuestíon al 10 ottobre. Dopo il monito degli alleati socialisti a riprendere subito il dialogo, scopre alcune crepe nel suo partito. Un drappello di deputati Pp ha chiesto che la vice premier Sáenz de Santamaria, accusata di essere la responsabile dei tafferugli e dei feriti di domenica in Catalogna, comparisse in Parlamento.