Lo sciopero manda in tilt le grandi città Tuffo negli anni '70 dei "microsindacati"

Ieri due piccole sigle ci hanno riportato ai tempi delle proteste dimostrative

Antonio Signorini

Roma Sono anni che l'Italia non comunica alle istituzioni internazionali i dati sugli scioperi. Beghe statistiche, secondo la versione ufficiale. Più verosimilmente, qualcuno vuole nascondere sotto il tappeto la prova che siamo fermi agli anni Settanta. Paralizzati ogni volta che qualcuno prova a regolamentare gli scioperi nei servizi pubblici. Flagellati da un paio di proteste quotidiane nel solo settore dei trasporti. In balia di minoranze sindacali disposte a danneggiare chiunque pur di guadagnare visibilità, come ha dimostrato lo sciopero dei trasporti di ieri.

Il quadro di ieri era questo. A Roma traffico in tilt e metropolitane ferme. Caos a Napoli, disagi a Milano e Torino, dove comunque l'agitazione è stata confinata alle ore serali. Nella Capitale adesioni dichiarate al 90% per uno sciopero indetto da sigle, Usb e SulCt, che non sono esattamente nella top ten delle organizzazioni dei lavoratori italiane.

Le proteste che hanno messo in ginocchio le grandi città italiane in questo inizio estate - ieri e il «venerdì nero» del giugno scorso - sono contro l'abrogazione di un Regio decreto. E questo già la dice lunga. È il 48 del 1931. Secondo i sindacati dei trasporti pubblici pone le basi per la liberalizzazione del settore.

Che di liberalizzazione del trasporto pubblico non si parli da nessuna parte (tranne che nei referendum dei Radicali nel Lazio per il quale stanno raccogliendo le firme), che il tema sia assente dall'agenda di tutte le forze politiche, pare non sia sufficiente dal farli desistere. L'importante, più che il merito, è apparire. Negli anni Settanta si chiamavano scioperi dimostrativi e i sindacati li indicevano, spesso per ragioni politiche, per mostrare forza e seguito. Oggi si proclamano per guadagnare potere dentro le aziende, magari a danno dei sindacati più rappresentativi.

Facilissimo raccogliere adesioni quando l'agitazione cade casualmente un venerdì. Un gioco da ragazzi gettare le città nel caos con la tecnica collaudata del bluff. Prima si dà l'annuncio di uno sciopero e poi si revoca la protesta. Le aziende ci mettono del proprio e spesso, di fronte a proteste minori, chiudono intere linee di metropolitana o di trasporto in superficie, anche se ci sono lavoratori disposti a lavorare. In fin dei conti, anche questo è un modo di risparmiare. A spese dei clienti.

Il modo per superare questa situazione c'è. Ma anche è questo è fermo perché c'è chi vuole restare al secolo scorso. Al Senato ci sono delle proposte, come quella di Maurizio Sacconi. Prevedono l'obbligo individuale della comunicazione dell'adesione 24 ore prima della protesta. Poi anche l'obbligo di comunicazione anticipata delle eventuali disdette delle proteste.

Dopo il venerdì nero dei trasporti il segretario Pd Matteo Renzi si scagliò contro i mini sindacati e promise una legge in tempi brevi. «Peccato che sia proprio il Pd a bloccare» i tentativi di riforma che sono fermi in Parlamento, spiega Sacconi, presidente della commissione Lavoro del Senato.

Ultima volta che l'obiettivo della riforma è sembrato a portata di mano è stato il 21 giugno durante una seduta congiunta della commissione Lavoro e quella Affari Costituzionali. A bloccare tutto, il capogruppo Pd Giorgio Pagliari, che chiese un rinvio per trovare una «convergenza a livello politico». Tradotto, a sinistra c'è chi non vuole cambiare niente. Come i sindacati che difendono il Regio decreto.