Gli sconfitti Fillon e Hamon alla resa dei conti

Gollisti e socialisti affilano le lame, lotta senza quartiere per conquistare le leadership

Il giorno dopo il primo turno delle presidenziali parte l'inevitabile resa dei conti tra gli sconfitti. La lista è lunga. Logico partire dai socialisti, nel cui campo si è registrato domenica il peggior disastro elettorale della loro storia. Benoît Hamon sperava di rilanciare il partito quando ha vinto le primarie del Psf, ma dopo l'umiliante disfatta patita si trova invece nello spiacevole ruolo del gestore delle sue macerie. Il partito socialista - passato dall'avere un suo esponente all'Eliseo all'imbarazzante 6 per cento ottenuto due giorni fa - rischia di finire in frantumi. Al prossimo congresso, che si dovrà tenere entro sei mesi, si scontreranno l'ala progressista che il malconcio Hamon intende guidare con quella social-liberale dell'ancor più malconcio François Hollande e quella della «sinistra identitaria» di Manuel Valls. Difficile dire chi prevarrà in questa battaglia tra zombie. Unica certezza, l'impossibilità che sia Hamon a guidare il Psf alle legislative dell'11 giugno: circola l'idea di mandare avanti il premier uscente Bernard Cazeneuve.

Un altro campo di battaglia si annuncia tra i Repubblicani. Il cadavere politico di François Fillon si allinea a quelli di Nicolas Sarkozy e di Alain Juppé, da lui battuti in primarie che dovevano spianare la strada verso l'Eliseo e che invece hanno condotto il loro vincitore alla più bruciante sconfitta della storia gollista. Fillon sa bene che la responsabilità di questo disastro non annunciato è unicamente sua e infatti si è già definito «non più legittimato a condurre la battaglia delle legislative»: in pratica dovrà farsi definitivamente da parte. I suoi seguaci sono preparati al peggio: sanno che nell'imminente notte gollista dei lunghi coltelli la loro pelle sarà la più ricercata. Esclusa una «soluzione Juppé», a giocarsi il posto di Fillon sarà probabilmente una coppia d'ispirazione sarkozista, quella composta da François Baroin e da Laurent Wauquiez. Con l'irriducibile «Sarkò» ancora nel ruolo - almeno così lui spera - di marionettiste. A complicare (molto) le cose potrebbe arrivare l'eventuale futura decisione di Macron di nominare un premier di centrodestra.

Un caso particolare è rappresentato dal destino di Jean-Luc Mélenchon. Nessuno può seriamente sostenere che il candidato all'Eliseo del parti de Gauche abbia subito, col suo 19,6% complessivo dei suffragi che vanno largamente al di là delle speranze della vigilia, una sconfitta. E tuttavia, la sua uscita di scena domenica sera tra gli applausi dei suoi sostenitori potrebbe essere stata il canto del cigno. In realtà, nessuno conosce realmente che futuro potrà avere - all'approssimarsi del suo 66° compleanno - la vita politica di Mélenchon. All'inizio della sua campagna per l'Eliseo, aveva fatto capire che si sarebbe trattato del suo ultimo impegno politico, ma mano a mano che i sondaggi lo gratificavano e che la prospettiva inverosimile di un approdo al turno di ballottaggio diventava possibile, i toni del vecchio tribuno marxista sono cambiati. «La mia ultima battaglia? Certamente no - ha dichiarato pochi giorni fa a Radio Monte Carlo -, combatterò fino al mio ultimo respiro. La mia ultima elezione? Non saprei dirvi». In fondo, c'è sempre un Parlamento a cui puntare, quello di Parigi o quello di Strasburgo. E come ha fatto notare un suo collaboratore, «Jean-Luc ha ben dieci anni meno di Bernie Sanders», l'attempato socialista americano che l'anno scorso ha conteso fino all'ultimo a Hillary Clinton la nomination democratica alla Casa Bianca.

In teoria, dopo il 7 maggio, potrebbe porsi un problema simile anche per Marine Le Pen. Ma anche a lei nessuno potrà mai rinfacciare di aver perduto. E poi è molto più giovane di Mélenchon.