Alla scoperta dell'invincibile armata della Sardegna

Pugilatori, arcieri, guerrieri: 28 statue di oltre due metri, che risalgono all'età del Ferro, sono esposte in un museo dell'isola. Rappresentano l'apice della civiltà nuragica

«I Giganti...» dico, e non riesco ad andare oltre, tanto è forte il grido di dolore di Alessandro Usai, funzionario archeologo della Sovrintendenza, responsabile degli scavi di Mont'e Prama, fra i curatori del progetto sistema Museale di Mont'e Prama. «Nooo! Sono statue, sono sculture, di grandi dimensioni, è evidente, ma dietro quella definizione c'è l'eterno vizio di noi sardi, la mancanza di equilibrio. Passiamo dalla esaltazione al disprezzo, ci esaltiamo se gli altri ci lodano, ci crogioliamo nella denigrazione, ci compiacciamo di un'unicità tanto inesistente quanto tenacemente rivendicata che raggiunge il paradosso di parcellizzarsi in mini-identità territoriali. Vogliamo che i reperti restino nel giardinetto di casa, l'idea che possa essere un Museo della Sardegna ad accoglierli ci fa soffrire. Ora, le sculture di Mont'e Prama sono l'esito più alto della civiltà nuragica, il punto d'arrivo delle civiltà autoctone. Il loro posto è qui. Poi, certo, non è che ci siamo dimenticati di Cabras, tanto è vero che abbiamo pensato a una mostra complementare a questa di Cagliari, dove fra statue e modellini di nuraghi, sono dieci, fra i meglio conservati, i reperti esposti. E sempre a Cabras abbiamo allestito l'esposizione “Mont'e Prama: scavi 2014” con i nuovi materiali scultorei, non ancora restaurati, frutto della ripresa degli scavi. È l'esposizione che il 21 marzo inaugura il presidente della Camera. Questo per dirle che le polemiche, gli scambi di accuse, “è mio”, “no, è mio” fanno parte del vecchio vizio vittimista e/o protagonista di noi sardi. Anche l'idea che per quarant'anni le sculture fossero state tenute nascoste, e chissà poi per quale motivo, ne fa parte. Vede questa foto? È del 1975, l'epoca della prima campagna archeologica, ed esposti ci sono già alcuni frammenti. Però ancora non si sapeva bene che cosa potessero rappresentare, tanto è vero che vennero sistemati a testa in giù! Scusi lo sfogo, e cerchi di capirmi. Ci sono voluti quarant'anni e fondi racimolati a fatica, perché di 5mila e passa frammenti solo il 15 per cento prendesse forma, una percentuale che è però l'85 per cento quanto a peso. È un'operazione culturale di cui andare orgogliosi, e del resto nel 2007, quando i finanziamenti sono finalmente arrivati, in cinque anni c'è stato il restauro dell'intero complesso statuario, però noi preferiamo immiserirla con beghe di cortile, ironie sul feticismo degli specialisti, complottismi, secondi fini. Dal meglio riusciamo a far uscire il peggio di noi sardi».

«Infatti siete italiani» gli dico per consolarlo.

Mont'e Prama, ovvero il Monte delle Palme, è questo puntino che si può vedere dall'altra sponda dello stagno di Cabras, dove ha sede il piccolo, architettonicamente bellissimo Museo Civico Giovanni Marongiu. Le palme che gli danno il nome sono le palme nane e i toponimi circostanti rimandano alla ginestra, Sa Tirìa, al mirto, Roia sa Murta, all'oleastro, S'Ollàstu... A pochi chilometri c'è la costa, ci sono le rovine fenicie, puniche e romane di Tharros, e insomma è il cuore della penisola del Sinis, stretto fra il mare e le ampie lagune, ramificata via d'acqua e crocevia di culture e di commerci, di scambi e di influenze. Il sito archeologico si trova poco più avanti dell'indicazione stradale per Mari Ermi, un pugno di ettari di proprietà ecclesiastica di cui solo in questi giorni si è provveduto alla definitiva recinzione in vista anche degli scavi futuri. Perché Mont'e Prama ha ancora molto da raccontare.

Le ventotto statue, di oltre due metri d'altezza, rimandano a 16 pugilatori, sei arcieri e sei guerrieri. Alcune, specie nella prima tipologia, sono quasi integralmente presenti, per altre, specie fra i guerrieri, non più di due esemplari conservano la figura pressoché intera. Nel restaurarle, gli studiosi si sono divertiti a ribattezzarle. Si va da Panzosu (Robusto) a Lussurgiu (Lussurioso) per gli uomini del ring, a Sirboniscu (Cinghiale) per i militari, a Compoidori (uno dei cavalieri della Sartiglia), per i tiratori con l'arco. Nomi sardi che rimandano però a un'idea della grande statuaria da esportazione, mediorientale, dalla Siria, probabilmente. Il periodo è l'età del Ferro, IX-VIII secolo a.C., quando la civiltà nuragica era già finita e si viveva all'ombra dei nuraghi, i cui modelli, in terra, in bronzo, in terracotta, erano dappertutto, nei villaggi, nei santuari, nelle sale delle assemblee, veri e propri simboli identitari e celebrativi. Da Mont'e Prama sono usciti 13 modellini di varia grandezza.

Non sono statue naturalistiche, siamo ancora molto prima della scultura greca classica, agli albori di quella mediterranea ed è questo a metterle in posizione di primato rispetto al Mediterraneo occidentale coevo, testimonianza della grandezza dell'antico popolo insulare. La loro è una resa stilizzata, dalla forte carica simbolica accentuata dai grandi occhi a cerchi concentrici, che più che il mondo circostante fissano i tempi del mito. Possiedono una monumentalità tanto più evidente perché nel ripetere fedelmente, sia nell'atteggiamento sia nei dettagli dell'abbigliamento e delle armature, ma ingigantita, la piccola bronzistica figurata indigena, la esalta nell'equilibrio fra tensione volumetrica e decorazione minuta, nelle masse muscolari gonfie e tese, nella forza delle superfici ampie e pesanti. I bronzetti rinviano al culto e alla devozione, mentre qui c'è una auto-rappresentazione che impone nuove dimensioni figurative. Poste in una necropoli, le statue ne sono le custodi e rimandano a una discendenza, gli antichi eroi, le grandi tombe, di cui si fanno interpreti e continuatrici. E infatti le sepolture sono individuali, non collettive come nel mondo arcaico, ciclopico, proto-storico dei nuraghi. Al tempo stesso sanciscono l'esistenza di un insediamento indigeno ben organizzato che accoglie e assorbe enclaves di etnia levantina ed egea, aperto agli stranieri proprio perché egemone sul territorio. In questo sono giganti rispetto ai pigmei fenici con cui si trovano a dialogare.

Quattro, cinque secoli dopo, il rapporto sarà ribaltato e i Kolossoi di Mont'e Prama saranno infranti dai cartaginesi che sulle spalle di quei nani fenici si sono issati. Una distruzione, insomma, il cui perché sarebbe legato a un rovesciamento di poteri, un'ipotesi, naturalmente, non una certezza. Come diceva ironicamente Giovanni Lilliu, il papa e il papà dell'archeologia sarda, «a un archeologo non bisogna mai chiedere “perché?” È una domanda ineducata in quanto obbliga a rispondere: “Non lo so!”».

In meno di un anno i «Giganti» (Alessandro Usai mi scuserà) hanno fruttato al piccolo museo di Cabras oltre 120mila visitatori e spalancato le porte al suo ampliamento. Complice l'arrivo questo sabato della presidente della Camera Boldrini si è ora provveduto anche a una rinfrescata del manto stradale di via Tharros dove ha sede l'ingresso. «L'afflusso di pubblico non è stato solo un fenomeno turistico» dice il suo direttore Carla Del Vais, docente a Cagliari di Archeologia fenicio-punica, «per venire a vederli si sono mossi anche e soprattutto i sardi. Questo interesse, insieme con l'eccezionalità della scoperta, ha spinto la Regione Sardegna a stanziare più di un milione di euro per una nuova ala museale esclusivamente dedicata a Mont'e Prama. L'obiettivo finale è, fatte salve le esigenze espositive del Museo Archeologico Nazionale di Cagliari, di collocare qui l'intero complesso statuario. Del resto, chi a suo tempo ha visto tutte le sculture in mostra nelle Gallerie del Centro di Restauro di Sassari conosce perfettamente l'impatto emotivo provocato da questa armata di pietra calcare, molto simile a quello originario del tempo in cui vennero erette». Una grandiosità superba e imponente.

Resta da chiedersi se, Cabras o Cagliari, o Cabras e Cagliari, pugilatori, arcieri e guerrieri lasceranno mai la Sardegna. L'ipotesi di esporli all'Expo Internazionale di Milano è già rientrata. Troppi i rischi connessi al loro spostamento. Il CRS4, Centro di Ricerca, Sviluppo e Studi superiori in Sardegna, ha però realizzato un prodotto multimediale innovativo, dice ancora Carla Del Vais, «installato in una postazione fissa e navigabile grazie a un totem touch screen che consente la visualizzazione completa e particolareggiata, a grandezza naturale, di tutte le statue e i modelli di nuraghe». Sarà questo totem che i visitatori dell'Expo potranno manovrare.

Cabras ha un albergo, chiuso d'inverno, un «hotel diffuso», che non so cosa significhi e non lo voglio sapere, e molti B&B. Quello dove alloggio si chiama naturalmente «Mont'e Prama», ma è nato per recente gemmazione dal più antico e più classico «Da Pinuccia». «Sì, i giganti hanno portato un po' di turismo, ma non basta», mi dice la titolare. «E poi qui ci sono troppi divieti, troppi vincoli, troppe aree protette. Certo, a vederli fanno impressione. Corti di gambe e grossi di tronco. Sardi, insomma».