Gestione delle scorie radioattive, Bruxelles contro i ritardi dell'Italia

Secondo la Commissione, le autorità italiane non avrebbero applicato correttamente la legislazione vigente

Nuova procedura di infrazione contro l'Italia da parte della Commissione Europea, per la gestione delle scorie radioattive. Il Paese è stato messo in mora, il primo stadio della procedura di infrazione, dalla Dg Energia della Commissione, a causa del ritardo con cui il programma nazionale per l'attuazione della politica di gestione del combustibile esaurito e dei combustibili radioattivi è stato inviato alla Commissione Europea (avrebbe dovuto essere trasmesso entro agosto 2015, ma è stato inviato solo a febbraio 2016). La Commissione, inoltre, nutre dubbi sul testo del programma italiano, che non è ancora stato reso pubblico, ma presto, quando inizierà la fase di consultazione, dovrebbe essere reso noto (e dovrebbe contenere anche l'elenco dei possibili siti di stoccaggio). La direttiva in questione è la 2011/70/Euratom, che regola la gestione del combustibile esaurito e dei rifiuti radioattivi. L'ente italiano interessato è il Ministero dello Sviluppo Economico. Con le ultime decisioni, il conto delle infrazioni a carico dell'Italia scende da 83 a 80. Nel 2008 il nostro Paese ne collezionava 180.

Tra le procedure di infrazione a carico del nostro Paese ce n'è una che si è aggravata, la numero 2013/2251, passando allo stadio del parere motivato (successivo alla messa in mora), per una vicenda dai tratti apparentemente surreali. Si tratta di una procedura aperta dalla Dg Bilancio, per perdita di risorse proprie a causa del mancato recupero da parte del Fisco italiano di 2,12 mln di euro su un caso legato al contrabbando di sigarette. La procedura nasce da un'operazione ordinata dalla Procura di Palermo nel 1997. Stando a quanto è stato possibile raccogliere finora, la vicenda sarebbe andata più o meno come segue, ma i dettagli sono ancora da verificare: la Guardia di Finanza avrebbe sequestrato nel 1997 in Sicilia un container destinato al contrabbando di sigarette, container che però sarebbe stato vuoto, mettendo a verbale una stima del valore di mercato del carico potenzialmente intercettato, pari a 2,12 mln di euro (precisamente 2.120.309 euro e 50 centesimi).

Il processo che ne è seguito non ha confermato la stima del finanziere, né lo Stato italiano sarebbe riuscito a recuperare alcunché dai contrabbandieri, di nazionalità albanese e ufficialmente nullatenenti. Ma quella stima messa a verbale dal finanziere è rimasta, nero su bianco, e la Commissione ritiene che su quell'importo andrebbe versata l'Iva (una parte del gettito Iva degli Stati membri va a finanziare l'Ue). Essendo passato il tempo massimo per versare l'Iva, l'esecutivo comunitario chiede di versare l'intero controvalore. Secondo la Commissione, le autorità italiane non avrebbero applicato correttamente la legislazione vigente. L'Italia sostiene che non sussiste alcun motivo di rimborso ed è pronta a difendersi davanti alla Corte, anche perché si tratta di un caso tutt'altro che isolato e si teme che possa costituire un precedente.