Scuola chiusa per sciopero Il governo apre: sì al dialogo

Professori e studenti in piazza contro il numero dei precari da stabilizzare e il potere dei presidi Renzi: «Tema cruciale, modifiche possibili»

L a scuola si ferma contro la #buonascuola . Gli hashtag e gli slogan proposti da Palazzo Chigi non piacciono a chi si sente depositario del titolo/privilegio degli striscioni di piazza. Non importa quanto grande sia la piazza. Da Milano a Bolzano, da Cagliari a Palermo, studenti e insegnanti si sono ritrovati gli uni al fianco degli altri per protestare contro il ddl denominato «Buona scuola», che il prossimo 15 maggio dovrebbe approdare nell'aula di Montecitorio per la discussione e per il voto. I sindacati gongolano per l'alta partecipazione allo sciopero. Per la Cgil si è toccato l'80% di adesioni alla serrata (nell'esiguo 20% anche Agnese Landini, moglie del premier, regolarmente in cattedra). E riconoscono un primato a Renzi: essere riuscito là dove i governi precedenti avevano irrimediabilmente fallito. Il premier, infatti, è stato capace di far tornare tutte le sigle sindacali sotto gli stessi striscioni e a sfilare nel medesimo corteo. Non accadeva da anni. Ben sette ne sono passati, poi, dall'ultimo sciopero generale. Fatto che il ministro dell'Istruzione Stefania Giannini legge in positivo: «Da sette anni non ci si occupava della scuola per cambiarla». Renzi intanto promette aperture: «Ascolteremo le ragioni di questa manifestazione».

Il cambiamento, però, non piace alla maggioranza degli insegnanti. Ieri le piazze risuonavano di slogan che stigmatizzavano tre punti della riforma renziana: l'eccesso di potere affidato nelle mani dei singoli presidi di istituto, l'incompletezza del piano assunzioni e il legame troppo stretto tra scuola e aziende. Non sono mancati, però, richiami ben più tagliati sull'aspetto politico della protesta. Tant'è vero che in piazza si sono fatti riconoscere non pochi politici, molti anche della minoranza del Pd renziano, che di questa riforma è il motore primo. Stefano Fassina, per esempio, era tra questi. L'esponente della minoranza si è beccato, in compenso, la sua buona dose di fischi e censure. «Questa gente - lo apostrofa uno dei tanti (dicono oltre centomila) manifestanti giunti poco prima di mezzogiorno a piazza del Popolo - vi ha sempre votato. Ma ora non vi voterà più». La piazza, si sa, non è adatta per i sottili distinguo. Quindi la minaccia è se pur grossolana, altrettanto preoccupante. Fassina prova a tirarsi fuori dall'impasse e detta ai cronisti che lo individuano tra la folla una dichiarazione belligerante: «La scuola non può essere una caserma con un capo che comanda». La battaglia contro la «scuola renziana», intanto, apre un nuovo fronte. Mentre i sindacati sono in piazza, a Bruxelles l'Anief (associazione nazionale insegnanti e formatori) deposita una denuncia presso la Commissione per sottolineare i contenuti «illegittimi» della riforma.

La scuola che è scesa in piazza ha poi dimostrato di saper cogliere analogie e di fare collegamenti interdisciplinari. Tra gli slogan più applauditi segnaliamo: «Renzi stai sereno, della tua buona scuola ne facciamo a meno», e i tanti cartelloni con Renzi/Bonaparte per ricordare che ieri era appunto il 5 maggio di manzoniana memoria.

di Pier Francesco Borgia

Roma

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