Scuola, primo ok alla riforma E la fronda del Pd perde pezzi

Contro l'Italicum alla Camera i dissidenti erano 38 e adesso sono 26. Il ministro Martina si mette alla testa della «sinistra renziana»

RomaLa riforma della scuola passa alla Camera, Matteo Renzi manda un sms di ringraziamento ai suoi parlamentari e poi, su Facebook , esulta: «Nessuno può negare che finalmente le cose in Italia si fanno», scrive snocciolando l'elenco delle riforme del suo governo. Il Pd, però, si è spaccato anche sulla «buona scuola»: conti alla mano, ed epurate le cifre dai tanti assenti giustificati della maggioranza, sono 26 i deputati della minoranza Pd che non hanno votato. Tra loro anche ex pezzi grossi come Bersani, Epifani, Bindi, Speranza, Cuperlo. Anche Fassina non ha votato, rinviando nuovamente la scelta sullo strappo dal Pd a dopo il voto del Senato. Una riduzione sostanziosa del perimetro del dissenso interno: sull'Italicum fu di 38 voti, ieri almeno 12 di loro hanno scelto di appoggiare Renzi, segnando la definitiva rottura di quella che fu l'area bersaniana. Lo rivendica apertamente il ministro Maurizio Martina, che ha preso la testa dell'ala «dialogante» della sinistra interna: «La riforma appena approvata è positiva, il governo si è mostrato aperto al confronto: si è dimostrato che nel Pd c'è spazio per un confronto». L'ala dura della minoranza invece punta sul Senato: a Palazzo Madama il governo è appeso ad un filo e la fronda anti-renziana può avere maggior potere di condizionamento. Tanto più che in commissione Istruzione, dove approderà la riforma, a rappresentare il Pd c'è una sorta di plotone di esecuzione antirenziano: Martini, Mineo, Tocci e altri «duri» della Ditta. Che ieri ingiungevano al governo di accettare «modifiche sostanziali» al ddl se vuole farlo passare a Palazzo Madama, in una lettera firmata da Bersani, Cuperlo, Speranza e altri: non si pensi, avvertono, di «piegare la resistenza di insegnanti, studenti e precari, è un'assoluta necessità proseguire il confronto con quel mondo». E il pasdaran bersaniano Miguel Gotor avverte: «Abbiamo già pronti gli emendamenti».

In verità, l'epilogo della vicenda è già scritto, o almeno così dice un autorevole esponente della minoranza Pd: «Renzi farà finta di concederci un paio di modifiche, noi faremo finta di avere ottenuto un gran successo, poi il governo metterà la fiducia e il ddl passerà senza colpo ferire». Da Palazzo Chigi, però, smentiscono il ricorso alla fiducia. Non è insomma il destino della riforma scolastica a preoccupare davvero: il premier sa che il clima dei prossimi mesi, e il futuro del governo, dipendono molto dalle Regionali. E anche se facesse l' en plein e potesse rivendicare un glorioso 6 a 1, spuntandola anche in regioni a rischio come Liguria e Campania, il primo dato cui guarderanno i suoi nemici, per rinfacciarglielo, sarà quello dell'astensione. Non a caso, dalla minoranza, Vannino Chiti avverte che è la «partecipazione al voto» la «questione centrale» delle prossime regionali, perché «una democrazia con una bassa partecipazione non funziona».

Insomma, dentro il Pd l'ala anti-Renzi non può tifare apertamente contro il proprio partito – e infatti molti big, compreso lo stesso Bersani, si alterneranno sulle piazze nell'ultimo scorcio di campagna elettorale, per scrollarsi di dosso la pesante accusa renziana di fare il gioco del centrodestra – ma spera nella disaffezione di spezzoni importanti di elettorato Pd: scuola, pensionati, sindacati eccetera. Una vittoria con pochi elettori alle urne provocherebbe (come fu, in piccolo, in Emilia Romagna) l'inizio di un processo interno al premier. E complicherebbe assai l'agenda di Renzi, che dopo il 31 maggio vuol non solo scegliere il nuovo capogruppo a Montecitorio ma anche mettere mano alla squadra di governo e di partito.