Se il destino ti aspetta sul ponte sospeso sul nulla

In Colombia il crollo di una passerella provoca dieci morti. E alcune scomode domande

La notizia è questa: in Colombia, vicino alla città di Villavicencio, si è rotto un ponte, almeno dieci i morti. Ma non era un ponte normale, uno di quelli in cemento armato in giro in tutto il mondo, era un ponte sospeso a ottanta metri d'altezza tra due montagne, in liste di legno e corda. Ondulava a camminarci sopra, ci voleva coraggio ad attraversarlo. Una delle corde si è spezzata mentre una ventina di persone, alcuni turisti, stava proprio sopra: alcune sono riuscite a resistere, altre sono precipitate nel burrone, anche alcuni bambini. Il ponte, una delle attrazioni della zona, adesso è lì sbilenco che penzola su un fianco a chiedersi il perché, lo stesso perché di quando il 20 luglio 1714, a mezzogiorno in punto, sulla strada maestra tra Lima e Cuzco si ruppe il più bel ponte di tutto il Perù, anch'esso sospeso tra due montagne, in liste di legno e corde intessute dagli Incas più di un secolo prima, e che per un intero secolo aveva resistito al passaggio di uomini, carri e cavalli. Cinque i morti.

Tra i due ponti c'è un'unica sostanziale differenza: il primo era un ponte reale, come reali sono i morti e i feriti che ha provocato la rottura della corda di sostegno; il secondo ponte è il protagonista di un vecchio romanzo dal quale nel 2004 hanno tratto un film: Il ponte di San Luis Rey di Thornton Wilder.

Fa un certo effetto, dopo aver letto il romanzo, leggere le agenzie di stampa sulla tragedia colombiana: le similitudini sono troppe, «quel ponte sembrava far parte delle cose che durano in eterno; non era possibile che si spezzasse» scrive Wilder; e ancora: «Centinaia di persone lo attraversavano ogni giorno, era formato da lamine sottili, sospese sul precipizio, con balaustre di liane secche». E anche la domanda davanti ai due ponti è la stessa: perché proprio quelle dieci o cinque persone? Perché proprio loro e non altre, perché proprio in quel momento, nel mezzogiorno peruviano o nel pomeriggio colombiano?

In Colombia, in queste ore, staranno soprattutto ricostruendo l'accaduto, ma a Thornton Wilder interessano soprattutto le coincidenze, e pone frate Ginepro, il protagonista del suo libro, «un fraticello di pelo rosso, nativo dell'Italia Settentrionale, intento a convertire gli indiani» come specifica, tra i testimoni diretti della disgrazia. E cosa accade? Che fra Ginepro comincia a farsi delle domande sul perché della nostra esistenza e, invece di continuare a convertire gli indiani, ricostruisce la vita delle cinque persone morte per capire se erano sul ponte per caso o se ce le aveva portate un disegno divino, che si chiami Provvidenza o qualcos'altro poco importa. Il Signore, si chiede, perché le ha chiamate in quel momento e in quel luogo? E davanti a questa domanda viene in mente un'altra tragedia, quella della funivia del Cermis del 9 marzo1976. Anche allora una fune (d'acciaio in questo caso) si ruppe durante l'ultima corsa delle 17.20. Morirono tutti, manovratore compreso, in totale 43 persone, tranne una ragazza milanese di 14 anni che si ruppe solo le gambe: perché lei no?