Se i popoli smascherano la retorica dell'Europa (dis)unita

Il referendum inglese sull'Europa ha sanzionato la disaffezione della gente comune per la burocrazia di Bruxelles

Il referendum inglese in o out sull'Europa - ha sanzionato la disaffezione della gente comune per la burocrazia di Bruxelles che i retori europeisti e i media si ostinano, con un inganno verbale, a chiamare Europa Unita. È, inoltre, la sanzione del fallimento previsto e prevedibile della distanza che si è venuta a creare negli anni fra la burocrazia e i popoli dopo ogni elezione. Forse, come è stato opportunamente detto, è persino un fatto positivo, in quando dovrebbe indurre a riflettere su che cosa siano (debbano essere) l'Europa integrata e la democrazia nel mondo in cui viviamo.

Che piaccia o no, il referendum inglese è, infatti, anche una condanna della democrazia rappresentativa come si è andata evolvendo. Gli eletti, ormai, non rappresentano più nessuno e sono diventati il fardello che i popoli si portano appresso grazie alla (errata) convinzione che le elezioni, continuino a essere una grande conquista politica e sociale. È toccato al popolo che più di ogni altro in Europa e nel mondo ha forte il senso della propria identità culturale, politica, storica, nazionale e istituzionale a dare la spallata a questa Europa burocratica tanto distante dalla gente comune, i cui principi e i cui interessi avrebbe dovuto rappresentare e non ha rappresentato.

L'Europa integrata è stata il paradigma dell'involuzione burocratica, per non dire autoritaria, che ha subito la democrazia rappresentativa negli anni. C'è da augurarsi che l'establishment politico e culturale ci rifletta e individui i contenuti e le procedure per ovviare alla crisi di entrambe, prima che essa invada anche le democrazie nazionali. Le istituzioni, come gli amori, fanno il loro tempo e, nel tempo, si logorano, diventando qualcosa d'altro rispetto alle ragioni per le quali sono nate.

piero.ostellino@ilgiornale.it