Se i «poveri» profughi siriani fanno la carità agli italiani

Da 6 mesi il personale del centro d'accoglienza di Gradisca d'Isonzo è senza stipendio Famiglie allo stremo, ad aiutarle i rifugiati del Cara. Mantenuti con i nostri soldi

Parafrasando Francesco, la povertà «spuzza». È un odore che i profughi della rotta balcanica conoscono benissimo. Sono così allenati alla disperazione che distinguono subito chi è più disperato di loro. Quelli che partono dall'Afghanistan, dal Pakistan, dalla Siria per approdare poi al centro di accoglienza Cara di Gradisca d'Isonzo (Gorizia) fuggono da guerre, terrore, persecuzioni. Cercano un futuro per sé e per le proprie famiglie ma l'Italia è solo una tappa obbligata dalla geografia e consigliata dalla legislazione favorevole. Le prime persone con cui sono entrate in contatto in Friuli Venezia Giulia sono i dipendenti di una cooperativa siciliana che gestiscono un'ex caserma adattata a struttura ricettiva per i profughi, gente che non prende lo stipendio da ottobre e che ha impietosito uno dei richiedenti asilo del Cara, al punto da offrire a Giorgia, una delle inservienti, i soldi per comprare le merendine per il figlio.

«Uno degli ospiti della struttura - ha raccontato Giorgia al Piccolo di Trieste - si è dimostrato consapevole delle nostre difficoltà e ha voluto pagare le merendine che mio figlio si porta a scuola. E voleva darmi anche i soldi per un paio di pantaloni. Mi ha detto: «Prendili tu, stai peggio di me in questo momento». La povertà «spuzza» e anche i profughi vogliono andarsene al più presto da quello che ritengono, almeno dal punto di vista economico, un inferno come quello da cui sono scappati. Se quelli devono aiutarci sono messi così, è il ragionamento, ci conviene scappare verso nord. Sperando poi che i gendarmi austriaci o tedeschi non li rispediscano al punto di partenza. Intanto si mettono una mano sul cuore e un'altra sul portafoglio per dare una mano a chi, complice il malaffare insinuato nelle maglie della burocrazia assistenziale (gli amministratori della coop che gestisce il Cara e una vice prefetto sono sotto processo con l'accusa di avere gonfiato numeri e fatture del centro), fa fatica a garantire il cibo ai figli. Se non prendi lo stipendio da mesi ti fanno gola anche i pasti preparati per i profughi. Qualcuno confessa che se li porterebbe volentieri a casa ma il regolamento prevede che i pasti non consumati vengano gettati. «Qualche volta - hanno raccontato al Piccolo alcuni dipendenti - prendiamo un po' di frutta o acqua, rischiando pure di venire ripresi». Lo dicono quasi vergognandosi di una situazione che non è certo imputabile a loro. «Spesso i ragazzi ospiti del Cara - aggiungono - ci offrono una parte del loro cibo, pasta o quello che c'è».

Il paradosso di uno Stato che aiuta coloro che fuggono da guerre e miseria e lascia senza stipendio coloro che sono stati incaricati di gestire il servizio di assistenza stride maledettamente. La cooperativa siciliana Connecting People che gestisce l'ex caserma Polonio a Gradisca ha chiesto il concordato e le difficoltà economiche si ripercuotono ovviamente sui dipendenti. Che, stufi di aspettare lo stipendio, hanno organizzato una manifestazione di protesta. «Siamo stanchi di questa situazione e di questo palleggio di responsabilità tra Prefettura e cooperativa. Abbiamo diritto a una vita dignitosa».

La stessa vita dignitosa che cercano i rifugiati che ora danno una mano a chi sta peggio di loro. Certo, la «spuzza» di povertà li spaventa e li indurrà a fuggire. Ma per il momento, con i 35 euro al giorno di contributi, più forfait di spese telefoniche, che l'Italia trova modo di girare loro quotidianamente, sentono il dovere di aiutare i fratelli italiani che soffrono.