Se pure la "società civile" si gode la pensione d'oro

Imprenditori, intellettuali, magistrati: i partiti hanno spesso candidati esterni di lusso

«Io sono laureato, laureatooo!». Il presidente della Fiorentina, Vittorio Cecchi Gori, rispose così nel gennaio 1993 a coloro che osarono criticare la scelta di defenestrare il buon Gigi Radice dalla guida tecnica della squadra. Erano gli anni in cui tutto o quasi (la Fiorentina quell'anno retrocesse, ndr ) andava bene: incassi e premi Oscar con le sue produzioni cinematografiche, l'avventura televisiva con Telemontecarlo e Tmc2, la scoperta di grandi talenti del football come Gabriel Omar Batistuta. Ecco perché il segretario del Ppi, Mino Martinazzoli, alle fatidiche elezioni del 1994 pensò di candidarlo come senatore: un nome come quello di Vittorio Cecchi Gori, in quel preciso momento, avrebbe dato smalto a ciò che restava della vecchia Democrazia Cristiana.

Anche nella legislatura successiva il vulcanico presidente della Viola si riconfermò a Palazzo Madama. Nel 2001, confinato nella Sicilia del 61-0 per la Casa delle libertà, non gli riuscì il terzo mandato e quello fu un po' l'inizio della fine. Al di là dei problemi giudiziari di Cecchi Gori, che con la riforma odierna gli impedirebbero di ricevere il vitalizio, gli assegni finora percepiti (3.408,19 euro al mese) hanno determinato uno sbilancio rispetto ai contributi versati di oltre 370mila euro.

Queste posizioni previdenziali in perdita sono un po' più difficili da spiegare perché riguardano candidati «esterni». Nella prima Repubblica, infatti, il seggio era anche una forma di ricompensa per un contributo fornito alla causa del partito. È il caso del giurista cattolico Nicolò Lipari (-659mila euro), padre della riforma del diritto di famiglia, che per la Dc fu prima consigliere Rai e poi senatore. Idem per il filosofo Armando Plebe che, partendo da posizioni marxiste, si avvicinò alla svolta «democratica» del Msi di inizio anni '70. L'amalgama non riuscì, ma Plebe, eletto per due legislature, continua a percepire l'assegno di Palazzo Madama con un disavanzo della sua posizione di circa un milione di euro.

Discorso diverso per il Pci-Pds. Prima delle «figurine» veltroniane (l'imprenditore, l'operaio, lo scrittore, eccetera) era prassi di Botteghe Oscure dare un po' di colore alle liste, zeppe di funzionari e apparatchik , con qualche «intellettuale organico» e/o indipendente. È il caso del supermagistrato Ferdinando Imposimato, un'icona dell'antiterrorismo e dell'antimafia. In Parlamento dal 1987 al 1996, il giudice è poi tornato al suo lavoro di magistrato, terminando la carriera come presidente onorario aggiunto di Cassazione. Oggi percepisce un vitalizio di 4.581,48 euro al mese, la sua posizione è in rosso per 800mila euro e i grillini continuano a votarlo a ogni elezione del capo dello Stato. Il maggior partito di sinistra ha comunque portato a Palazzo Madama figure di primo piano dell'antropologia culturale e dell'etnologia come Luigi Lombardi Satriani (-320mila euro) e della psicologia come Gianna Schelotto (-700mila euro) e Grazia Zuffa (-332mila euro). Di questo novero fa parte anche l'economista bolognese Filippo Cavazzuti (-570mila euro), poi diventato commissario Consob e presidente di Carisbo.

Anche il centrodestra negli anni '90 ha candidato spesso «esterni» per marcare l'estraneità rispetto a una politica professionale e inconcludente. Ne resta testimonianza nei vitalizi dell'apneista Enzo Maiorca (-463mila euro) e dell'imprenditore del caffè Segafredo nonché ex presidente del Bologna, Massimo Zanetti (-120mila euro), che in questi giorni sta portando in Borsa il suo gruppo. Con Zanetti in Forza Italia c'era anche lo psichiatra Alessandro Meluzzi, poi trasmigrato all'Udr cossighiana e all'Udeur mastelliana. La sua posizione è ancora in attivo.

Candidare stimati professionisti è anche un modo per ricambiare la classe dirigente. Ne era ben consapevole il senatore siciliano dei Ds Concetto Scivoletto che nel 1993 propose un emendamento al Mattarellum che limitava a tre i mandati dei parlamentari. L'iniziativa fu, ovviamente, bocciata. Scivoletto, che si potrebbe definire un precursore del grillismo, decise di porre fine alla propria carriera nel 2001 in ossequio ai suoi personali convincimenti (nella Sicilia del 2001 avrebbe comunque perso). Fatto sta che la sua posizione registra un disavanzo previdenziale di 638mila euro. A dispetto delle buone intenzioni.