Senato, Renzi pota la fronda: «Pronti a chiedere voti agli altri»

Bersani minaccia: o cambia l'articolo 2 o si arena tutto. Ma ammette di non controllare i suoi Il premier è forte dell'appoggio di Mattarella: «Vuole la legge in fretta». E Grasso: «Decido io»

Sul palcoscenico ci si azzuffa: Pier Luigi Bersani giura che, se non si cambia l'articolo 2 e i membri del futuro Senato non saranno elettivi, la riforma non la vota. Il capogruppo Pd Ettore Rosato si spazientisce: «Non capisco se l'obiettivo è il merito della riforma o cambiare l'articolo 2. Se il punto resta quell'articolo, non ci incontreremo mai». Il renziano di ferro Luca Lotti taglia corto: «Non si torna indietro. È il momento di decidere e i numeri ci saranno». La minoranza Pd fa le bizze? «Se ci sarà bisogno ci rivolgeremo ad altre forze politiche», dice Lotti, facendo capire che il tavolo di trattativa con la fronda interna non è certo l'unico: c'è la Lega, Forza Italia, i verdiniani.

Pietro Grasso ricorda che a capotavola è seduto lui: «Quando sarà il momento sarò io a decidere sull'articolo 2». Vannino Chiti, il Che Guevara dei senatori ribelli Pd, rifiuta sdegnosamente ogni mediazione: «Non voteremo mai il pasticcio che ci offrono». Sullo sfondo restano i «6 milioni di emendamenti» promessi dal leghista Roberto Calderoli, mentre a ogni angolo spunta un peone Ncd che annuncia che la riforma che ha votato non gli piace più.

Messa così, la partita del ddl Boschi sembra un labirinto senza vie di uscita. Dietro le quinte, però, le cose sono un po' diverse. Intanto, a Palazzo Chigi hanno acquisito una certezza non da poco: «Mattarella sta con noi, vuole che la riforma si faccia e in tempi brevi». Il ruolo del presidente, sia pur silente, non è certo di poco conto: per fare la riforma, la questione articolo 2 deve essere levata dal tavolo. Altrimenti, è chiaro a ciascuno, si azzera tutto. E questo lo sa bene il presidente Grasso (che infatti si dice ottimista sull'accordo) e lo sa pure la minoranza Pd. Che è divisa: c'è il gruppo dei vietcong anti-Renzi che pur di ostacolare il premier non arretrerà davanti a nulla (i vari Mineo, Mucchetti, Chiti, Corsini) e c'è quello politicamente più lucido che non vuole ritrovarsi con in mano il cerino del fallimento della riforma del bicameralismo. E sono loro, spiegano ai piani alti del Pd, quelli che sperano, ancor più ardentemente di Renzi, che Grasso non si sogni di ammettere gli emendamenti all'articolo 2: «Si rendono conto di essersi messi in un cul de sac e cercano il modo di uscirne, perché non vogliono ritrovarsi con la responsabilità di aver fatto fallire anche stavolta la riforma, e magari anche il governo. La nostra stessa base li andrebbe a cercare con i forconi». La divisione della minoranza, però, vuol dire che a Renzi da quelle parti manca un interlocutore: «Bersani è come Alfano: possiamo anche discutere con lui, ma i suoi non li controlla», spiegano dalle parti del premier.

E infatti è lo stesso Bersani ad ammetterlo: «Potrei pure fare l'incontro di Teano con Renzi, ma non posso mica mettermi a sculacciare Chiti o Corsini, è gente adulta con le proprie idee». Perché, fosse per lui, «entro ottobre il bicameralismo si può abolire», e - levato di mezzo l'articolo 2 - «andrebbe tutto de plano ». Insomma, se Grasso dirà no alla riapertura del famigerato articolo sull'elettività del futuro Senato farà un gran piacere a tutti: a Renzi, ma anche al Quirinale e persino a Bersani. Resta il problema dell'implosione Ncd, e gli uomini del premier si preparano alla via crucis: «Ci toccherà incontrarli uno per uno, e capire che intenzioni hanno realmente». Con la consapevolezza che l'arma di pressione delle elezioni anticipate è un po' spuntata: non solo perché «Mattarella è contrario a una fine anticipata della legislatura», ben sapendo che senza Renzi nessun'altra maggioranza è possibile. Ma anche perché lo stesso Renzi non le vuole: la serie di dati positivi dell'economia (e dei sondaggi) fa sperare che «l'anno prossimo saranno ancora migliori: sarebbe un autogol».