La sentenza Quattro ultrà veronesi assolti

Lo stadio non è la piazza. Certi gesti, che fuori sono reato, sulle gradinate perdono quella connotazione negativa. Il saluto romano, in curva e solo in curva, ci può anche stare perché nel recinto sportivo la gestualità fascista smarrisce la sua carica eversiva. Ecco così la sentenza, controcorrente, del tribunale di Livorno che a sorpresa ha assolto quattro ultrà del Verona per l'utilizzo della simbologia del Ventennio.

Il verdetto, lanciato dal Tgcom 24 , riguarda un gruppetto di tifosi del Verona in trasferta nella città toscana. Ora se ci sono due città e dunque due mondi che sono tradizionalmente agli antipodi quelle sono proprio Verona e Livorno: la prima è da sempre di destra, la seconda è un bastione del comunismo italiano che qua nacque il 21 gennaio 1921 da una scissione del congresso socialista. Ma senza farla troppo lunga con la storia e la sociologia si può dire che il nero e il rosso sono i colori di riferimento per le due tifoserie.

Figurarsi, sugli spalti dell'Armando Picchi. È il 3 dicembre 2011. I giovani veneti si ritrovano in una bolgia, fra insulti e sberleffi. In tutte le direzioni si agita la marea degli avversari. Cori ritmati, striscioni, invettive: è il solito armamentario della gradinata. Ma a queste latitudini il tifo si complica perché i colori e i toni della passione politica non restano all'ingresso ma salgono sui gradoni. E se a giocare sono Livorno e Verona allora la foga raddoppia. Slogan e sfottò sono quasi una cifra obbligata. Non si scappa: «Fascisti», gridano gli uni e gli altri per rispondere non trovano di meglio che irrigidirsi nel saluto fascista. Quel braccio è la replica alle bandiere rosse, ai vessilli con falce e martello, alle magliette con il volto di Che Guevara, icona di chi chiude il pugno con o senza scarpette, non fa differenza. In teoria è reato, ma non a Livorno e non allo stadio di Livorno. Dove non si va per fare proselitismo e dunque non si viola la norma. È la tesi, ardita ma realistica che sostengono gli avvocati: i quattro non volevano fare proseliti, ma solo riaffermare la propria identità nello stadio comunista per definizione. Non c'è e non ci può essere apologia.

Il verdetto sposa in pieno questa linea e trasforma l'Armando Picchi in una sorta di zona franca. Si può storcere il naso e sostenere che la legge è e dovrebbe essere sempre la stessa. Sempre con lo stesso metro. E invece, secondo il giudice, non è così perché il rettangolo di gioco, e in particolare quello della città toscana, non può essere equiparato alla piazza percorsa dalla manifestazione di un movimento dell'ultradestra.

Certo, solo a settembre la Cassazione ha confermato la condanna di due militanti di CasaPound che nel corso di una commemorazione delle Foibe avevano salutato a braccio teso. La suprema corte era andata giù pesante: «Ci sono ancora rischi di rigurgiti antidemocratici che rendono necessario mantenere in vigore la legge Scelba, che vieta la ricostituzione del partito fascista e i gesti del Ventennio».

E però è fin troppo facile capire che il braccio teso per le vie di Roma o di Milano, magari accompagnato da slogan inneggianti al Duce, ha un peso specifico diverso da quello messo in scena davanti a 22 giocatori che inseguono un pallone. O almeno questo è il ragionamento seguito. Naturalmente c'è chi non la pensa allo stesso modo e anzi ritiene che le manifestazioni calcistiche siano un amplificatore straordinario di ideologie e mode di ogni genere. Una questione che va oltre i confini del codice ed è materia per sociologi e studiosi. La questione è aperta.

Resta il paradosso, in bilico fra storia e sport: ci voleva il tribunale della città più rossa d'Italia per sdoganare il saluto più nostalgico, figlio di un'epoca chiusa tragicamente.