Sentito il secondo carabiniere La Pinotti: «Fuori dall'Arma»

Interrogato dai pm Pietro Costa, 30 anni, il più giovane dei militari. Il più anziano è Marco Camuffo, 46 anni

Luca Fazzo

Aveva davanti diverse strade Pietro Costa, 30 anni, il più giovane dei carabinieri accusati di avere violentato due studentesse statunitensi nella loro casa di Firenze la notte del 7 settembre. Poteva ammettere, ridimensionare, persino negare tutto. Solo nelle prossime ore si potrà capire quale strategia difensiva abbia scelto. Certo, il suo collega Marco Camuffo, 46 anni- che ha ammesso di avere avuto un rapporto «consensuale» con una delle ragazze - pare che non lo abbia chiamato in causa, non abbia detto di averlo visto fare la stessa cosa. Ma sull'altro piatto ci sono diverse certezze: anche Costa era intervenuto alla discoteca Flo, anche lui ha caricato le americane sulla gazzella e le ha portate nella loro abitazione, e anche lui ha partecipato con Camuffo a falsificare i rapporti di servizio consegnati a fine turno. E dunque che possa rivendicare di avere agito secondo le regole è assolutamente impossibile. Se anche avesse dichiarato di avere assistito senza reagire allo stupro messo in atto dal collega ne risponderebbe come se fosse l'autore: «Non impedire un evento che si ha l'obbligo giuridico di impedire equivale a cagionarlo», ricordano gli inquirenti.

Qualunque strada abbia imboccato Costa, e a prescindere dalle mezze ammissioni di Camuffo, l'esito dell'inchiesta è affidato ora più che mai alle due prove scientifiche di cui gli inquirenti hanno ieri sollecitato il responso: le analisi genetiche sulle tracce trovate nel palazzo dove la violenza sarebbe avvenuta e le analisi del sangue e delle urine compiute sulle due presunte vittime. Se confermeranno che Costa o Camuffo o entrambi hanno avuto rapporti sessuali con le ragazze e che le due americane erano ubriache fradice e forse anche drogate, il quadro accusatorio sarà sostanzialmente chiuso. E per i due carabinieri si aprirà la strada per la galera.

Mano di ferro della procura, dunque, e mano di ferro anche del ministero della Difesa, entrambi ben determinati a non dare adito a accuse di favoritismo nei confronti dei due militari (anche la scelta di rendere note ieri le generalità dei due nasce da questo timore). Ieri il ministro della Difesa Roberta Pinotti, intervistata da Bruno Vespa, ha ribadito la linea dura: la sospensione dal servizio non è sufficiente, dice la Pinotti: «Il mio giudizio è che non si possa stare nell'Arma con comportamenti di questo tipo».

Certo, resta da capire più di un dettaglio. Siamo davanti al raptus inspiegabile di due militari dal curriculum impeccabile, come sembra finora? E in caso affermativo cosa può avere innescato la totale perdita di controllo di entrambi? Se invece qualcuno, all'interno del Nucleo radiomobile, aveva avuto dei sospetti su episodi precedenti, o sul comportamento in servizio di uno dei colleghi finiti ora nei guai, perché non è accaduto nulla?

E, più direttamente legato all'inchiesta: perché se la gazzella è rimasta ferma sotto casa delle ragazze senza nessuno a bordo e senza rispondere alle chiamate della centrale operativa nessuno ha poi chiesto spiegazioni a Camuffo e Costa? Dettagli, ma rilevanti per capire il contesto in cui questa incredibile storia è potuta avvenire.