Seppelliti da quella sindone bianca, cercavano solo un angolo di felicità

Nel resort sognavano relax e buona vita. Ma il destino aspettava

La compassione deve star bene attenta a dove mette i piedi, perché rischia sempre di lasciare tracce indelebili del suo furtivo passaggio. Tracce che subito si trasformano in orme offensive di pietà pelosa, pedestri segnali di ingombranti, dannose presenze.

Soprattutto questa volta, la compassione dovrebbe avere piedi leggeri da crocerossina, e ali angeliche per renderli anonimi, sospendendoli un centimetro appena sopra l'orrore bianco della neve, di quel bianco assoluto che non è soltanto assenza di colore e di vita, ma è anche diventata una sindone gelata che mostra, nascondendola, la disgrazia. Sotto una piega dell'immenso telo funebre, sotto la coltre soffocante dell'hotel Rigopiano, mille e duecento metri oltre il livello di un mare di lacrime, alcune anime avevano cercato un ricetto, un riparo dove albergare qualche giorno di vacanza. Resort per resuscitare le forze intorpidite dall'inverno, piscina riscaldata per fare scivolar via dai corpi le tossine del lavoro e dello studio, buona cucina per celebrare la condivisione amicale di momenti felici, con un occhio ai boschi millenari e uno alla magnificenza del Gran Sasso, ora diventato un macigno invincibile dal Sisifo più ostinato.

Una slavina quasi certamente figlia bastarda dello sciame sismico è scivolata come una ladra, portandosi dietro una colata di detriti che gli alberi non sono riusciti a fermare, sopra le loro camere, sopra l'allegria che stavano apparecchiando con l'acquolina in gola. La lingua candida di un drago li ha resi ostaggi di fauci insaziabili. Dispersi, li chiamano, urlando un termine troppo burocratico per essere vero. Dispersi, anche se tutti sanno dove sono, e perché. Vista dall'alto, la scena del crimine punteggiata dagli uomini che portano soccorso sembra un formicaio in abbandono, una spettrale sequenza di dissoluzione apocalittica. Lì dentro, lì sotto, come mosche strette dal pugno del Destino che non sa cosa farsene, alle vittime manca l'aria buona che erano andati proprio fin lassù per respirare. Lì fuori, lì accanto, si annaspa fra cumuli di neve, mentre il cielo inesorabilmente scurisce. Più lontano, ovunque in quest'Italia cresciuta a Vajont e Vermicino, abituata a subire, nella ferrea dialettica fra sommersi e salvati, si trattiene il fiato twittando, ci si mangia le unghie davanti alle maratone televisive. Chi ha un Dio lo prega in ginocchio di fare l'impresa umanamente impossibile, chi invece non ce l'ha, mormora sommesse bestemmie sperando altrettanto ardentemente di essere smentito.

Per tutti, l'hotel Rigopiano è già l'ennesima tomba di famiglia, un'urna con le ceneri che covano a tanti gradi sotto zero, una data da segnare con un cerchiolino rosso sul calendario dell'anno prossimo. Se proprio dobbiamo farlo, facciamolo. Ma senza sporcare la compassione, senza inzaccherarla con la pietà pelosa. Camminando con piedi leggeri, per non disturbare i morti.