La sfida di passione e tenacia per inseguire il suo sogno: "È che devo farcela. Punto!"

Il racconto e gli sforzi del giovane di origini calabresi per affermarsi. Fino al suo approdo a Strasburgo

«P.S. Sì, fino ad ora tutti i giornalisti che conosco mi hanno sconsigliato anche solo di immaginare di intraprendere una strada simile». Si concludeva con uno smile (la faccina sorridente per eccellenza) il primo messaggio di Antonio nella mia posta personale su Facebook. Un toc-toc garbato e intelligente alla giornalista che gli era capitato di leggere qui, su un quotidiano nazionale, e con la quale voleva confrontarsi per perseguire quel sogno che, due anni fa (al tempo di questo carteggio), non aveva alcuna intenzione di mollare.

A Europhonica, all'età di 26 anni, Antonio era già impegnatissimo; ne era orgoglioso a tal punto che le sue lettere motivazionali facevano di quella esperienza un fiore all'occhiello: gli chiedevi di cosa si trattasse e spiegava che «è la prima redazione radiofonica europea formata da giovani ragazzi che trasmettono dal Parlamento di Strasburgo in cinque lingue differenti». Volontario (all'epoca, nel ruolo di news-editor) fiero e pieno di coraggio. Si presentava proprio così: «Amo giocare con l'attualità per renderla più semplice agli occhi dei lettori».

Ma masticava la politica con competenza e passione: appoggiava il link di un suo colloquio con l'ex ministro Kyenge e articoli scritti su una sequela di blog. «Immoderati» si chiamava un sito sul quale sfogava spesso la sua verve; ma anche L'Adige.it, dove si compiaceva di tirare affettuosamente le orecchie a provvedimenti del Comune sulla chiusura dei locali. Con l'ebbrezza di chi conta sulle sue forze e punta a lasciare il segno: ma anche con uno sguardo molto più lucido e adulto di quell'età in cui tante cose cambiano rapidamente, troppo, e si rivelano decisive prima che ce ne accorgiamo. «Desideroso di cogliere nuove e stimolanti opportunità», scriveva di sé questo giovane uomo, nato nel profondo Sud e cresciuto in una Trento dove confessava i suoi coetanei che avessero scelto percorsi professionali meno pericolanti avevano già quasi tutti uno stipendio. E, pur inviando curricula ovunque, frequentando le radio locali (la sua passione più autentica), aveva appena cominciato a scrivere un romanzo. Inventava progetti e li proponeva anche a testate nazionali: era imprenditore di se stesso instancabile lo si intuiva subito ma senza arroganza.

Una pioggia di smile gentili come lui, piuttosto: e di interrogativi anche un po' disarmanti sul giornalismo in questo Paese. «Oggi pomeriggio hanno sparato a un uomo (colpendolo a morte) nel paese dal quale vengono i miei genitori (Gallina, Reggio Calabria). Ora, parliamo di omicidio, eppure niente di niente sui media nazionali. Com'è possibile?», chiedeva a chi, come lui, proveniva da quelle zone.

A un certo punto sembrava felice di essere diventato direttore artistico di una radio in Trentino. Un privilegio così grande da mandare in crisi un'altra importante opportunità: uno stage (appena appena) retribuito che si era aggiudicato presso un network nazionale. Che bello avere accanto una ragazza, la sua, che comprendeva quanto fossero dure, sanguinose, certe aspirazioni (soprattutto in Italia): questo lo diceva con profonda gratitudine.

«Vado e vengo da Strasburgo» resta una di quelle frasi gettate lì, in quel carteggio invernale: la frase che ha un rintocco di speranza e di dolore intensi, legati oggi in un groviglio troppo stretto. E poi un'altra, di poche parole. Quella che dice tutto, per sempre: «È che devo farcela. Punto!».