La sfida di Starbucks Portare in Italia il caffè anti-espresso

Nel 2017 a Milano il primo negozio della catena Usa Una rivoluzione ideologica nella patria della tazzina

S ta per finire la vera grande anomalia italiana. No, non parliamo dei tre governi consecutivi senza legittimazione elettorale. E nemmeno del festival di Sanremo che blocca per una settimana la vita del Paese. Sciocchezze. L'unico grande mistero su cui si interrogava mezza Italia (quella che viaggia per il mondo) è: perché in Italia non c'è Starbucks? Perché non possiamo degustare un Frappuccino a due passi dal Pantheon o un Iced Cinnamon Dolce Latte all'ombra della Madonnina?Ora che tutto ciò sta per concludersi con l'annuncio dell'apertura del primo negozio italiano della catena con la sirena nel simbolo avvenuto ieri, possiamo rilassarci e farci qualche altra domanda: perché abbiamo dovuto aspettare una ventina di anni rispetto alle altre nazioni del mondo per metterci in fila per un caffè americano? È un bene o un male? E soprattutto, Starbucks avrà successo da noi?Partiamo dalla fine. Sì, Starbucks avrà successo. Ci scommettiamo un «Espresso Macchiato» (da pronunciarsi: macciato). Perché vende una cosa diversa dal caffè, materia su cui noi italiani siamo onestamente impareggiabili come dimostra il fatto che abbiamo fornito il vocabolario a tutto il mondo, cosa che non ci succedeva dalla musica del Cinquecento. Se confrontiamo l'espresso servito dalla multinazionale di Seattle in una tazza di cartone a un prezzo doppio con quello nella tazzina bollente di piazza del Plebiscito a Napoli (ma anche di un bar di Trento) non c'è paragone. Ma Starbucks, dicevamo, non vende caffè. O meglio, lo fa, ma sotto forma di stile di vita. Uno stile internazionale, giovane, disinvolto. Da Starbucks si va per sedersi un'ora su poltroncine scompagnate sfruttando il wifi gratuito sorseggiando brodaglie spolverate di cannella. Si va per chiacchierare, leggere un libro, scaricare la posta elettronica, sbaciucchiarsi. Il tutto senza che un cameriere venga ma - e diciamo mai - a guardarti accigliato per farti sloggiare e lasciare posto ad altri clienti.Insomma siamo in tutt'altro territorio rispetto al bar all'italiana fatto di chiacchiere e confidenze, di succhi di Arabica ingollati in tre secondi e di caffè sospesi, cioè lasciati pagati a chi non se li può permettere. Non a caso Starbucks in tutto il mondo è frequentato soprattutto da giovani e giovanissimi, una categoria che in un bar tradizionale non entra mai. Perché per loro spendere un euro per una merce che si consuma in pochi secondi è semplicemente antieconomico. Meglio cacciarne il doppio per comperarsi un'ora da cittadini del mondo. E poi basta con questa storia che in Italia ci si deve vergognare di consumare il caffè americano, il bibitone lento e fangoso che fa tanto redazione del New York Times. A chi scrive, figlio di un napoletano, per esempio piace. È una bevanda da compagnia, un fondista e non un fondista della tazza. Basta mettersi d'accordo e c'è posto per tutti. Perfino in Italia. Perfino in un caffè.