Silenzio, Agnesi non parla più Addio all'ennesimo marchio

Chiude il pastificio celebre anche per uno spot anni '80 Come tanti altri brand italiani che hanno fatto la storia

S ilenzio, chiude Agnesi. L'ultimo pacco di fusilli, numero 102 di quel catalogo quasi esoterico che ogni azienda compila, è uscito dallo stabilimento di Imperia martedì alle 6.30 del mattino, ora che si addice al primo caffè e non a un'idea di ragù. La squadra di sei operai militarmente schierati formata in ordine alfabetico da Alberti Giovanni, Ciavaroli Luca, Dafieno Stefano, Goddi Daniele, Iapichino Alberto e Schenardi Leonardo ha impacchettato quel chilo di pasta che finirà nella zuppiera di una famiglia che mangiandola magari farà un chiasso infernale, Poi basta: il centinaio di dipendenti dell'azienda ligure - il Dafieno, lo Iapichino, quelli là più tanti altri - si disperdono in una diaspora del tempo di oggi, chi riassorbito in un pastificio a Fossano, in Piemonte, chi a fare «plìn» ad Albegna, che è una specie di ravioletto, chi in mobilità, chi in pensione. I macchinari saranno messi in sicurezza nei prossimi tre mesi, giganti sputacarboidrati che immobili vanno in mobilità anche loro, aspettando che qualcuno un giorno tolga quel cellophane per produrre altre linguine, nuove trofie.

Silenzio, chiude Agnesi. Azienda fondata nel 1824 perché Paolo Battista Agnesi aveva rilevato un mulino e qualcosa doveva pur farci e quindi perché non la pasta, anzi la prima pasta confezionata in modo industriale, mica bazzecole; sui pacchi azzurrini un veliero che era quello poi che - armato dalla stessa famiglia - portava dall'Ucraina il grano Taganrog che nel diciannovesimo secolo era considerato il caviale dei grani duri, perché per meno non si affrontano le tempeste i mal di mare e i mal di terra. Vissuta una porzione di decenni tra cambi generazionali, innovazioni, automazioni, e morta con gli strozzapreti in gola un martedì mattina dopo due anni di agonia sindacale e quasi trent'anni dopo che gli Agnesi hanno lasciato baracca e bucatini, dapprima alla francese Danone, che fa yogurt, poi alla Paribas, che fa soldi, poi al Gruppo Colussi, che fa frollini. Pasta, non la fa più nessuno. Una storia di capitalismo ardente e al dente che finisce senza gloria.

Silenzio, chiude Agnesi. Che con lo spot inventato da Armando Testa nel 1985 conquista gli italiani. Una roba così buona da azzittire chi la mangia. Una réclame così efficace da vincere il Leone d'Oro al Festival internazionale della creatività di Cannes.

Silenzio, chiude Agnesi. E noi continueremo a mangiare pasta, ci mancherebbe, continueremo a scuocerla, a condirla male, a fare porzioni troppo grandi o troppo piccole, ma avremo un marchio in meno tra cui scegliere. E la scelta è la cosa che più assomiglia alla libertà, a volte.

Silenzio, chiude Agnesi. Come hanno chiuso negli ultimi anni Ariston, che faceva lavatrici e per un periodo sponsorizzava anche la Juve ed ora fa solo caldaie ma non è la stessa cosa. Breda. Hatù, che faceva preservativi ma non è riuscita a preservarsi. Innocenti, che faceva automobili brutte per lo più. Mivar, che faceva televisori dal design spartano ma che costavano poco. Phonola, che faceva autoradio e sponsorizzava la Sampdoria. Superpila, che ha fatto funzionare milioni di mangianastri. Rivarossi, che faceva treni giocattolo ma è deragliata davvero nel 2004 e chissà se era martedì. Rip.

Silenzio, chiude Agnesi. O a volte cambia nazionalità. Partire è un po' morire, o no? Sono diventati straniere negli ultimi anni vini, lavastoviglie, tante birre. Autostrade, squadre di calcio, pantaloni, cioccolatini, aerei, caramelle, dolcificanti, caffè, ammazzacaffè. Motorini, poltrone, succhi di frutta, carni in scatola, orecchini. Una Spoon River industriale, un'archeologia senza nessuno Schliemann a scavare.

Commenti
Ritratto di giangol

giangol

Gio, 15/12/2016 - 16:06

e l'italia di renzi volaaaa