Ma per la sinistra anche Calabresi era «torturatore»

Torturatore. Commissario torturatore. Dove ho letto queste due parolette? Negli articoli di ieri non c'erano. Non ho trovato questa dedica evocativa, tipo «Al commissario torturatore», nei commenti e nelle interviste che intrecciavano la condanna del Tribunale dei diritti umani contro l'Italia per i fatti di Genova del 2001 e la legge che oggi si vota alla Camera per istituire il reato di tortura. E allora come mai mi sono tornate in mente?

Accade che la presidente Laura Boldrini, da profetessa ispirata dallo Spirito Santo, abbia stabilito un nesso mistico tra i due fatti concomitanti. Ha detto che la sentenza di condanna della nostra polizia «carica di un particolare significato» la legge. Chiarissimo il messaggio subliminale: il reato di tortura sta a carabinieri, poliziotti, guardie di finanza, agenti penitenziari come il reato di associazione mafiosa a picciotti e capoclan. Sono le forze dell'ordine l'habitat naturale dei torturatori. Li fanno crescere, li nascondono, sono una minaccia costante che circola libera.

Manca solo un cartello del tipo «attenti-al-cane» da appendere fuori dalle caserme e dalle questure, sostituendo alla parola cane quella di carnefice. Attenti al torturatore.

A questo punto mi si è accesa una luce. Chi tortura chi? Il poliziotto torturatore per antonomasia, timbrato così sulla fronte per sparargli meglio, era-è-e-sarà per sempre il commissario Luigi Calabresi. L'accusa di carnefice, falsa, stabilita a freddo, propalata da un'enorme massa di gente potente e impunita, fu essa sì una vera forma di tortura, e si concluse con l'esecuzione del reo. «Commissario torturatore», era il titolo dell' Espresso del 21 giugno 1972, con tante firme sotto.

Tra coloro che oggi pontificano sulla tortura, e indicano come perfetti esemplari di persecutori gli uomini in divisa, quanti sono coloro che parteciparono alla lunga, estenuante, feroce tortura di quel brillante e innocente funzionario di polizia? Li ho visti, li ho letti, li conosco. I nomi mi ripugna farli, non sono una spia. Mi colpisce di più però chi tace e invece dovrebbe ricordare. Perché, caro Mario Calabresi, adesso che dirigi la Stampa , non dici di smetterla a questa gente? O almeno di stare attenti? Perché non evochi quella scritta infame? Eri troppo piccolo, certo. Ma, almeno tu, ricorda com'è facile dare in pasto degli innocenti alla furia. Credimi, non è conflitto di interesse. I figli degli eroi hanno molti diritti, ma non hanno il diritto di stare zitti.

Ovvio: i capi della polizia che a Genova diedero ordini o tollerarono o furono omertosi sui pestaggi a sangue, guai se si nascondono dietro la figura di un martire come il commissario Calabresi. Qui però non si tratta di difendere alcuni delinquenti, ma di impedire una specie di genocidio morale di gente perbene, che dà persino la vita a tutela della nostra sicurezza. E ora si vede finalmente dedicata un bel reato ad hoc. Sì, «finalmente». Dicono proprio così, che era ora. Certo: la tortura è orribile. Stabilirne la punibilità specifica è cosa eccellente. Ma non si sta facendo questo, oggi. Si sta attizzando una sorta di rancore fetido contro cento, mille commissari Calabresi.

Calabresi – qualcuno ricorda? - fu colpito da una campagna di odio senza precedenti in Italia. La mostruosa bocca della calunnia era composta da ottocento boccucce firmaiole d'alto lignaggio, che produssero il manifesto contro di lui: tutti nomi di mammasantissima della cultura, dell'università, del sindacato, della politica, del cinema e del giornalismo. Non hanno pagato nulla, nessuno ha stabilito contro di loro alcuna pena neanche disciplinare. In compenso sono diventati i moralisti per eccellenza. La tortura, un vero e proprio linciaggio condotto dalla crème , fu protratta fino all'intervento del boia. Calabresi aveva 34 anni ed era un commissario di polizia. Fu accusato di tortura, ma non aveva torturato nessuno. Vero, presidente Boldrini?